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Fair and balanced? – Sul giornalismo (im)parziale [EN]

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A cura di @Werner58 (modificato).

Su Politico Mitchell Stephens, docente di giornalismo alla New York University, applica una interessante forma di “materialismo storico” al giornalismo anglosassone, sostenendo che il grande valore dato nei tempi moderni alla par condicio e l’enfasi su “i fatti separati dalle opinioni” discendano nei fatti da considerazioni commerciali: la concentrazione provocata dalla radio prima, e dalla TV poi imponeva neutralità politica per accattivarsi un pubblico molto vasto. Allo stesso modo, la frammentazione del pubblico portata da Internet causerebbe naturalmente il ritorno alla partigianeria politica, che caratterizzava la stampa ottocentesca.

Stephens non è dispiaciuto da questa trasformazione, ritenendo che il giornalismo fair and balanced finisse per essere affetto da forme di ipocrisia che lo rendevano incapace di rappresentare in toto la nazione, e disarmato di fronte al populismo di Trump. Gli risponde su Rolling Stone Matt Taibbi, egualmente anti-Trumpista ma anche noto critico di alcuni eccessi in questo senso mostrati recentemente dai media statunitensi.

Se entrambi concordano nel ritenere ridicola la sofferta riflessione di mesi e mesi necessaria per arrivare a scrivere “Donald Trump ha mentito” su un giornale, Taibbi segnala che anche la politicizzazione si appoggia su ottime motivazioni di mercato: e Stephens, nell’abbandonare un modello di giornalismo che egli stesso fa risalire al 1930, ritorna indietro fino ad epoche in cui la società era profondamente diversa da come la conosciamo oggi.

La chiusa di Taibbi non lascia dubbi sulla sua posizione in merito al ruolo di Donald Trump:

On top of everything else, Trump has ruined this job.

Immagine da Pixabay.


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