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Prigionieri del lavoro in Italia e nei Paesi Bassi

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A cura di @Akiro (modificato).

Un articolo di Investico racconta lo sfruttamento dei braccianti extracomunitari nei Paesi Bassi, che avrebbe raggiunto livelli drammatici senza provocare una reazione da parte delle istituzioni.

Le tecniche impiegate dallo sfruttatore sono simili a quelle di un corteggiatore. “Lo sfruttatore cerca di conquistare la fiducia della vittima, ponendosi sullo stesso piano di un genitore o di una figura simile”. Spinta dal senso del dovere o da un sentimento di amicizia, la vittima lavora ore e ore per una paga insufficiente, talvolta rischiando la salute.

La vittima potrebbe sempre dire basta, ma non è così semplice. Anche quando non c’è un rapporto di fiducia, è difficile che i lavoratori sfruttati se ne vadano. “Le vittime non sono quasi mai fisicamente prigioniere. Piuttosto non vedono un modo realistico di lasciare il lavoro”, spiega Van Meeteren. Tariq è vulnerabile perché è clandestino, Wu dipende dai suoi sfruttatori per via dei debiti.

Un articolo di Valigia Blu spiega invece la situazione dei braccianti in Italia, partendo da un caso salentino di alcuni anni fa.

Il 20 luglio 2015 in Salento la temperatura sfiorava i 42 gradi. Abdullah Muhamed, un uomo sudanese di 47 anni, aveva iniziato a raccogliere pomodorini in un campo tra Nardò e Avetrana intorno alle 11 del mattino, quando il sole è più caldo. Era arrivato il giorno prima in Puglia da Caltanissetta, dove viveva con la moglie e i figli, e sarebbe dovuto rimanere lì fino a settembre, per poi tornare in Sicilia e spostarsi nuovamente in Calabria per la stagione degli agrumi. Dopo qualche ora di lavoro senza pause, Muhamed si era lamentato un paio di volte per il caldo, poi si era accasciato a terra esanime per un malore. Altri due braccianti stranieri avevano provato a soccorrerlo, ma per lui non c’era stato niente da fare.

Immagine da Flickr.

 


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