stiamo tranquilli…

Sberle

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Quest’inverno, sono stato a Milano, di passaggio. Davvero non so quanto l’uomo potrà resistere in simili condizioni. Non credo possa abituarsi a una simile maniera di vivere. Diventerà matto o perderà la propria umanità. Completamente. Un giorno, parlando con Primo Levi — stavamo passeggiando a Torino tra le macchine e ci siamo rifugiati in un bar — gli dissi «Ma come fai a vivere qui, non si può vivere in una città come questa!» «Vedi Mario, io sono costretto a vivere qui, e le ragioni le sai, e vedrai che gli uomini si adatteranno ad andare in giro con la maschera sul volto e la bombola d’ossigeno in spalla».

Mario è Rigoni Stern.

Nell’intervista poi, che è di una decina di anni fa, Goffredo Fofi racconta che sua nonna, quand’era bambino, gli mostrava delle bacche velenose. Presa visione, la nonna umbra tirava un ceffone al piccolo Fofi. Nel codice delle nonne venete quei ceffoni godono decine di corrispondenze, come la neve eschimese: c’è lo stramusón, la tangara, la s’ciafa, il pattón‘a man roversa… Insomma, il prisma delle sberle del Novecento.

La via più economica alla rieducazione è quella del trauma. Si entra nel regno dei meccanismi riflessi, come l’incurvarsi della schiena nella contrattura antalgica, l’accucciarsi in situazioni di pericolo.

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