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Chat Control 2.0: l’Europa verso una insostenibile sorveglianza di massa?

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La nuova proposta di legge europea Chat Control 2.0 si pone l’obiettivo di contrastare gli abusi su minori e la circolazione di materiale pedopornografico. Secondo gli attivisti di Privacy Pride e altre voci critiche la proposta è inefficace ed ha gravi effetti collaterali sulla privacy, imponendo ai provider di monitorare l’attività dei propri utenti. Ne parla Wired. Il 23 settembre alcune città italiane sono state teatro di manifestazioni da parte degli attivisti di Privacy Pride (qui il comunicato stampa) che hanno organizzato sit-in a Roma, Milano, Venezia, Torino e Genova contro la proposta del Regolamento europeo “chatcontrol” (spesso definito Chat Control 2.0 per distinguerlo dalla prima versione dove il monitoraggio dei contenuti era su base volontaria).

Tale proposta legislativa (qui il testo, qui l’iter di avanzamento) vorrebbe fissare una deroga al generale divieto di svolgere attività di sorveglianza di massa nei confronti degli utenti dei servizi online previsto all’interno della Direttiva ePrivacy.

Le ragioni di questa necessità vengono qui esposte dalla Commissione europea.

Con questa nuova legislazione, la Commissione europea mira a garantire una cooperazione efficace tra pubblico e privato in tutta l’UE per garantire la sicurezza dei minori dai predatori online, consegnare gli autori del reato alla giustizia e fornire un sostegno tempestivo e adeguato alle vittime.

La nuova proposta stabilisce che i dati trattati per individuare gli abusi sessuali su minori online sono limitati a quanto necessario. In linea di principio, sono cancellati immediatamente e per sempre, a meno che non sia strettamente necessario ai fini elencati nel regolamento.

Le critiche sono riassunte in questo articolo di Wired, spiegando che i provider saranno obbligati a sorvegliare tutti i messaggi video e foto, confrontandoli con i dati forniti dal database di immagini di immagini pedopornografiche.

Le criticità di Chat Control 2.0 sono state sottolineate dallo stesso Servizio Giuridico della Commissione Europea: “Questa legge richiederebbe il generale e indiscriminato monitoraggio dei dati elaborati da uno specifico provider e si applicherebbe senza distinzione a tutte le persone che utilizzano un servizio, senza che questa persona sia, nemmeno indirettamente, in una situazione che potrebbe condurre a un procedimento penale”.

Evidenzia inoltre che analoghe monitoraggi effettuati in passato alla ricerca di CSAM (Child Sexual Abuse Material) hanno portato a alte percentuali di falsi positivi, e che i canali utilizzati per la diffusione sono decentrati e non monitorabili.

la ricerca di materiali CSAM da parte di realtà come Meta (che già svolge questa attività di monitoraggio) ha inondato le forze dell’ordine di contenuti che nell’80% dei casi non avevano rilevanza criminale, causando di conseguenza la segnalazione alle forze dell’ordine di persone innocenti.

I membri del comitato promotore dell’iniziativa di Privacy Pride hanno rilasciato un’intervista di approfondimento.


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