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I mestieri inutili e la crisi del capitalismo, secondo David Graeber

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A cura di @erpi e @Nedcuttle21(Ulm).

Minima et Moralia pubblica un intervista di Raffaele Alberto Ventura a David Graeber.

Amleto è una splendida analogia. C’è una lunga tradizione di riflessioni sulla noia della classe agiata ma personalmente, per ragioni di militanza, mi sono sempre interessato di più alla vecchia working class. Scrivere Burocrazia è stato un modo per fare i conti con questa diversa condizione di disagio, che nella nostra epoca è diventata qualcosa di diffuso oltre che insidioso. Se tra un terzo e la metà dei lavoratori dipendenti considerano che i loro stessi lavori non dovrebbero esistere, allora stiamo parlando di un fenomeno sociale gigantesco, che non possiamo permetterci di ignorare.

Il Tascabile propone le riflessioni di Paolo Mossetti sull’ultimo saggio di Graeber, dal titolo Bullshit Jobs (“Lavori del cavolo”).

Con un capitalismo americano che, come il Barone di Münchhausen, è riuscito a sfuggire alle sabbie mobili tirandosi fuori per i capelli, raggiungendo dieci anni dopo la crisi dei subprime quasi la piena occupazione, ci può essere ancora spazio per lamentarsi del lavoro salariato? C’è voluto un antropologo anarchico, lo statunitense David Graeber, per diagnosticare un’epidemia che affligge coloro che sembrano sempre impegnati anche quando non hanno nulla da fare; o quelli che, anziché ringraziare per il fatto di avere uno stipendio, non riescono a ignorare la soffocante sensazione di stare sprecando la propria vita.


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