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La vita di Orwell sull’isola di Jura [EN]

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A cura di @NedCuttle21(Ulm).

Su Longreads, un articolo a firma di David Brown – pubblicato lo scorso marzo su The American Scholar – ci accompagna in un viaggio alla scoperta delle abitudini di George Orwell a Jura, l’isola delle Ebridi in cui il famoso scrittore britannico, già malato di tubercolosi, trascorse con suo figlio Richard, nella tenuta di Hardlussa, gli ultimi anni della sua esistenza dedicandosi alla sua opera più celebre, 1984. Scorrendo le pagine dei diari redatti dallo scrittore sull’isola scozzese e ricordando gli aneddoti riferiti più tardi da chi ebbe modo di incontrarlo in quegli anni, l’autore del longform cerca di cogliere delle similitudini tra la vita in quell’aspro territorio, a suo tempo, e l’universo distopico in cui si svolgono le vicende narrate nel capolavoro orwelliano, ma anche di rintracciare dei parallelismi tra la personalità dello stesso Orwell e quella di Winston Smith, protagonista del già citato romanzo. Brown ripercorre i sentieri che sull’isola era solito battere Orwell, offrendo al lettore la descrizione di un particolare contesto socio-economico nonché di un paesaggio tanto selvaggio quanto affascinante, la cui ostilità sembra raggiungere il culmine nel Golfo di Corryvreckan, situato a est dell’isola, dove, a causa di una particolare conformazione del fondale, si agitano le acque più turbolente e pericolose del Regno Unito; e nelle quali, nell’agosto del ’47, lo scrittore britannico, suo figlio Richard e due suoi nipoti, Lucy e l’allora ventenne Henry Dakinche raccontò l’episodio più tardi -, in seguito a una errata lettura del bollettino delle maree rischiarono di annegare e di far così inabissare per sempre una delle opere più celebri della letteratura mondiale.

It’s hard to know what would be a good place from which to imagine a future of bad smells and no privacy, deceit and propaganda, poverty and torture. Does a writer need to live in misery and ugliness to conjure up a dystopia?

Apparently not.

We’d been walking more than an hour. The road was two tracks of pebbled dirt separated by a strip of grass. The land was treeless as prairie, with wildflowers and the seedless tops of last year’s grass smudging the new growth.

We rounded a curve and looked down a hillside to the sea. A half mile in the distance, far back from the water, was a white house with three dormer windows. Behind it, a stone wall cut a diagonal to the water like a seam stitching mismatched pieces of green velvet. Far to the right, a boat moved along the shore, its sail as bright as the house.

This was where George Orwell wrote Nineteen Eighty-Four. The house, called Barnhill, sits near the northern end of Jura, an island off Scotland’s west coast in the Inner Hebrides. It was June 2, sunny, short-sleeve warm, with the midges barely out, and couldn’t have been more beautiful.

In un’intervista pubblicata su Repubblica, il figlio di George Orwell, Richard, ricorda gli anni vissuti con suo padre.

Leamington Spa (Inghilterra) – Appena entrati nella sua graziosa villa inglese con giardino, mentre rintocca l’orologio a pendolo, in corridoio ci saluta una statuetta. A osservarla bene, è la miniatura di quella all’ingresso degli studi della Bbc in Portland Place, a Londra, dove alle sue spalle sul muro c’è inciso: “Se libertà significa ancora qualcosa, questa è il diritto di dire alle persone ciò che non vogliono sentire”. Firmato: George Orwell. “Sì, tempo fa ne ho chiesto una copia per me”, spiega Richard Horatio Blair, unico figlio del leggendario scrittore, che lo adottò nell’autunno del 1944 da una povera donna inglese col marito al fronte. “Così Martin Jennings”, lo scultore della statua di Orwell alla Bbc finanziata tra gli altri da Ian McEwan, Ken Follett e Tom Stoppard, “ha acconsentito ed eccolo qui, mio padre George”. Va bene la statua, ma nel nome del padre, quello no. Richard Blair, 74 anni, non ha mai voluto chiamarsi Orwell, con il quale l’autore di 1984 rimpiazzò il suo vero nome Eric Arthur Blair, per due motivi: suonava bene e soprattutto per non “sporcare” il cognome di famiglia mentre faceva il vagabondo per documentare alla Dickens le condizioni degli ultimi in Inghilterra. “Non mi sentivo all’altezza”, dice Richard Blair, “e poi ho sempre preferito vivere dietro le quinte, mi andava benissimo la mia vita di agricoltore prima e poi di rappresentante marketing”.

Immagine da Wikimedia.


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