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Se per un giornalista, quota 87 non è populista

Se per un giornalista, quota 87 non è populista

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Un articolo di Tito Boeri e Roberto Perotti su La Voce porta all’attenzione un argomento sul quale stranamente i giornali (anche quelli che tacciavano di essere populista la “Quota 100” del governo gialloverde) non si sono molto soffermati: l’insostenibilità del sistema pensionistico dei giornalisti dipendenti (la cassa previdenziale INPGI1 viaggia infatti con deficit attorno ai 200 milioni di euro annui).
Gli autori imputano il dissesto della cassa previdenziale al forte calo del numero di contribuenti (-17% in 10 anni) e quindi del monte salari su cui vengono prelevati i contributi, ma anche e soprattutto alle regole troppo generose: fino a pochi anni fa per andare in pensione ad un giornalista bastavano 62 anni di età e 25 di contributi (di fatto una “Quota 87”), e con soli 40 di contributi si poteva percepire un trattamento addirittura superiore all’ultimo stipendio… tanto che oggi la pensione di anzianità media per i giornalisti uomini supera gli 80mila euro annui.
Un articoletto della legge di bilancio prevede il salvataggio della cassa facendola confluire nel mare magnum dell’INPS, ma senza pretendere in cambio alcun ricalcolo o alcun contributo a chi ha goduto di trattamenti insostenibili che quindi continuerebbe a goderne a spese del cuneo fiscale di tutti i lavoratori.


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