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Il simbolismo di Greta Thunberg

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Caterina Orsenigo su Il Tascabile racconta la figura di Greta Thunberg in chiave di mito e l’evoluzione nel tempo dell’immagine della giovane attivista svedese.

Un giorno d’estate di pochi anni fa, una ragazzina di sedici anni affrontava l’oceano su una barca a vela. Aveva un principe come scudiero, la barca era il suo cavallo bianco e come nelle migliori storie doveva salvare il mondo. Per questo si dirigeva verso New York: lì i Sette Grandi potenti del mondo si sarebbero presto riuniti e lei era partita per affrontarli.

Orsenigo parte da questa descrizione romanzata per indicare quanto Greta Thunberg abbia rivoluzionato come raccontiamo il cambiamento climatico, prima di lei approcciato in maniera piuttosto asettica e dopo di lei invece con immagini ricche di simbolismo e appunto unito ad una narrazione che mancava.

Thunberg stessa è diventata volente o nolente parte di questo mito. Per capire la natura questa incarnazione, Orsenigo cita lo studioso Furio Jesi:

Lo storico e mitologo torinese Furio Jesi – e prima di lui il filologo e storico delle religioni ungherese Karol Kerényi – scrisse che esistono due tipi di mito: il «mito genuino» e il «mito tecnicizzato».

Secondo Jesi il «mito genuino» è il mito al momento della sua creazione, quando vive nella società da cui è nato, quando è legato al mondo e può influenzarlo. Diverso invece è il «mito tecnicizzato» (che noi chiameremmo «strumentalizzato»): un mito che guarda al passato, più precisamente ad un passato idealizzato che non è mai esistito. Questo mito senza senza contraddizioni ha perso la sua ragion d’essere e il suo potere terapeutico; visto il distacco dalla realtà si presta ad essere riempito di volta in volta di significati diversi e quindi sfruttato da chiunque. Secondo Orsenigo, Greta appartiene alla prima categoria, un mito “vivo”, soprattutto tra le nuove generazioni:

Diverso fu per i giovani: le storie che avevano letto – di eroi, di pirati, di avventure e cattivi da sconfiggere – erano sempre ambientate nel passato. Finalmente questa storia accadeva sotto i loro occhi. L’entusiasmo, la rabbia e l’urgenza di centinaia di migliaia di giovani si risvegliarono dopo molto torpore. Si riversarono nelle piazze di tutto il mondo, invasero le stanze del potere, urlarono talmente forte da farsi sentire in un mondo terribilmente sordo.

L’articolo si conclude elencando i rischi che ogni mito genuino corre, cioè il distacco dalla realtà e il trasformarsi nel «mito tecnicizzato» descritto da Jesi, soprattutto quanto la narrazione dei media è costante. Orsenigo spiega come Thunberg dosi molto attentamente i suoi messaggi e apparizioni mediatiche proprio per non diventare il centro della narrazione e lasciare spazio agli attivisti e alle loro iniziative locali. La scelta è da una parte è necessaria, dall’altra spiazza il giornalismo:

È rimasta un “mito genuino”, non ha consentito di essere idolatrata e nemmeno di essere usata dai media per semplificarsi il lavoro e concentrarsi su una figura ormai conosciuta. Dovranno fare la fatica di seguire un movimento che è vivo e dunque si trasforma continuamente, è vivo e dunque non è mai definitivo.


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