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Menocchio e il “come” ripensare la storia

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Matteo Moca spiega sull’Indiscreto l’importanza delle voci delle vittime per la ricerca storica, partendo dal caso di Menocchio, mugnaio condannato come eretico nel sedicesimo secolo.

In un passaggio finale del celebre saggio dello storico Carlo Ginzburg Il formaggio e i vermi (recentemente ripubblicato da Adelphi) l’autore sembra lasciare a una piccola frase uno dei contenuti più importanti del libro. Dopo aver terminato il racconto della vicenda di Domenica Scandella, Ginzburg scrive che un tale Donato Serotino confessò a un inquisitore di essere passato da Pordenone, di aver visto l’esecuzione di Scandella e di aver saputo da un’ostessa della zona che in quella città c’era un’altra persona sospetta, «un certo huomo, che era nominato Marcato, o vero Marco, qual teneva che morto il corpo fusse morta ancho l’anima». Dopo questa notizia, Ginzburg scrive: «Di Menocchio sappiamo molte cose. Di questo Marcato – o Marco – e di tanti altri come lui, vissuti e morti senza lasciare tracce – non sappiamo niente».

Immagine da Wikimedia.


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