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Ritorno a Reims

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La recensione di «Retour à Reims (Fragments)», pubblicata da Jacobin Italia, nella quale Alberto Prunetti avverte il rischio che le storie working class vengano neutralizzate.

Lo scrittore toscano Alberto Prunetti, analizzando il film di Jean-Gabriel Périot «Retour à Reims (Fragments)» – ispirato all’opera omonima di Didier Eribon pubblicata nel 2009 – discute i pericoli insiti nella letteratura working class, proponendo al contempo riflessioni politiche sul nostro tempo e sul futuro della classe operaia.

Ho un rapporto complesso, di attrazione e distanziamento, con l’opera di Didier Eribon a cui il documentario si ispira esplicitamente. Quando la lessi la prima volta mi ritrovai risucchiato in quelle pagine, assediato da flashback della mia infanzia. Quello che mi allontanava però dal memoir di Eribon era la mia traiettoria personale: per me gli studi non erano stati un elemento di mobilità sociale. Dopo la laurea non avevo fatto alcun dottorato, non ero entrato nel mondo della classe media intellettuale ma ero andato a lavorare in pizzerie e ristoranti per dieci anni. Avevo anche pulito merda di cavalli in resort di lusso in Italia. Non ero insomma un transfuga di classe e la classe media si guardava bene dall’accogliermi tra le sue braccia. Anzi, mi sfruttava alacremente.

Alberto Prunetti mette in evidenza il pericolo che queste storie della classe operaia portino a una sorta di normalizzazione, anestetizzandone la componente sovversiva, per renderle accettabili alla classe media.

Il punto è che qualsiasi cosa facciamo o scriviamo, rischiamo l’eterogenesi dei fini. E certo questa non può essere una ragione per non scrivere. Ma dobbiamo riflettere sulla possibilità che la middleclass si appropri delle nostre storie e le usi per fini diversi da quelli per cui le abbiamo scritte. Ad esempio, raccontando storie working class, rischiamo di entrare nel paradigma della vittima, o del «bravo ragazzo che ce l’ha fatta» (in cui mi espongo con il mio 108 metri), o del criminale che si mette il passato alle spalle (The Young Team di Graeme Armstrong, altro libro grandissimo di questa stagione di letteratura working class). Insomma, qualsiasi mossa facciamo come autori di classe operaia, ci esponiamo alla possibilità di alimentare il mito del deserving poor vs l’underdeserving poor, del cherry picking, della ciliegia buona nel mazzo delle cattive.


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