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They’re selling everything as trauma’: how our emotional pain became a product

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In un “Long read“ nel Guardian, dal titolo “‘They’re selling everything as trauma’: how our emotional pain became a product”  Katherine Rowland analizza la trasformazione culturale che ha portato il concetto di trauma a diventare onnipresente, inflazionato e spesso svuotato di significato.

L’articolo racconta come il concetto di trauma sia cambiato radicalmente negli ultimi decenni, passando da una categoria clinica precisa a una sorta di etichetta culturale onnipresente. Il punto di partenza è l’episodio in cui Gabor Maté, medico molto noto nel campo del trauma, ha “diagnosticato” il Principe Harry durante un’intervista pubblica.

In March 2023, Dr Gabor Maté, a retired family physician and among the most respected trauma experts in the world, boldly diagnosed Prince Harry with Attention Deficit Disorder (ADD), during a live interview.

Un gesto che, pur non rispettando alcuna procedura clinica, riflette bene il clima attuale: diagnosi improvvisate, auto-etichettamenti e una psicologia semplificata che circola sui social e nei media.

Secondo l’articolo, oggi il trauma è diventato un prodotto culturale. Su TikTok, nei podcast, nei libri di auto-aiuto e perfino in costosi ritiri benessere, tutto viene reinterpretato come trauma: la procrastinazione, le difficoltà relazionali, la stanchezza, l’ansia quotidiana. Questa inflazione del termine ha creato un’industria che promette guarigione, autenticità e rinascita, ma che allo stesso tempo svuota il concetto di significato. Come dice all’autrice dell’articolo uno degli esperti intervistati: “Quando tutto è trauma, niente è trauma”.

As a result, trauma has been rendered meaningless. Or as psychiatrist Arash Javanbakht told me: “When everything is trauma, nothing is.”

L’articolo ripercorre anche la storia del concetto, ricordando come il PTSD sia nato per descrivere le reazioni estreme dei veterani di guerra, e come autori come Bessel van der Kolk e Judith Herman abbiano ampliato la comprensione del trauma, introducendo idee come la memoria corporea o il trauma relazionale. Queste teorie hanno avuto enorme successo nel pubblico, ma anche molte critiche nel mondo accademico.

Nonostante la diffusione del termine, la ricerca mostra che la maggior parte delle persone esposte a eventi traumatici non sviluppa disturbi duraturi. Dopo l’11 settembre, per esempio, si temeva un’ondata di PTSD che non si è mai verificata. Gli studiosi citati sottolineano che la resilienza è molto più comune di quanto si creda.

Il problema, secondo l’articolo, è che il trauma è diventato un’identità, un modo per spiegare ogni difficoltà e, talvolta, per sottrarsi alla responsabilità personale. Raccontare pubblicamente il proprio trauma è diventato una forma di legittimazione morale, un modo per ottenere ascolto, empatia e un senso di appartenenza. Ma questo rischia di oscurare chi ha davvero vissuto violenze estreme: rifugiati, sopravvissuti a torture, vittime di guerre o abusi gravi, che raramente hanno voce sui social.

L’articolo si chiude con un invito a distinguere tra dolore e trauma. Il dolore fa parte della vita, e non tutto ciò che ci ferisce è un trauma clinico. Continuare a etichettare ogni difficoltà come trauma, dicono gli esperti, può restringere la nostra libertà, aumentare la sofferenza e impedirci di riconoscere la nostra capacità di reagire e andare avanti.


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