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Botanica tirannica [EN]

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Termina nelle prime settimane di settembre al Museo Ebraico di San Paolo del Brasile la mostra Botanica Tirannica, allestita dall’artista Giselle Beiguelman e curata da Ilana Feldman, come racconta Art Review.

Riunendo immagini e video prodotti con l’IA e un saggio audiovisivo, l’artista propone un’indagine estetica e concettuale sull’immaginario colonialista presente nel processo di denominazione della natura, le cui specie, nel caso delle cosiddette piante “infestanti”, ricevono nomi offensivi, razzisti e misogini.

Fuori dalla sinagoga sconsacrata in cui il Museu Judaico de São Paulo ha aperto l’anno scorso la propria sede, Giselle Beiguelman ha piantato un giardino di erbacce. “Erbacce”, naturalmente, è un termine del tutto generico, che denota qualsiasi pianta selvatica indesiderata. All’interno dell’edificio l’artista in un libro esposto identifica ogni specie con il suo nome latino e il suo nome comune in portoghese brasiliano (con una traduzione inglese).

Alcune di queste piante hanno nomi comuni in portoghese che suonano così: Ebreo errante (Tradescantia zebrina), Treccia zingara (Senecio jacobsenii), Spina ebrea (Euphorbia tirucalli). Le piante tradizionalmente etichettate con riferimenti antisemiti erano invariabilmente specie considerate “invasive”,  inclini a prendere il controllo di un giardino se il giardiniere non si cura di controllarle.
Altri nomi strizzano l’occhio alle caricature fisiche con un sottofondo razzista.

Other plant names nod to physical caricatures. In Brazil the ornamental Thunbergia alata flower, with its big wide yellow petals that conjoin in a dark central hole, is known as the ‘Mulatto girl’s bottom’ (‘mulatto’ refers to people of mixed African and European ancestry); the tangled climbing vines of Muehlenbeckia complexa is referred to as the ‘Cabelo-de-negro’ (‘Hair of a Black Man’). This caricature of the Black body summons up histories of exoticisation and slavery.

Secondo Giselle Beiguelman la nomenclatura comune di molte piante è semplicemente sintomatica del pregiudizio passato attraverso le generazioni. Insieme al suo giardino, che occupa le aree esterne e interne del Museo e dove vengono coltivate alcune di queste specie dai nomi comuni ritenuti offensivi, nella serie “Flora mutandis” l’artista crea esseri ibridi, piante reali e inventate, in un giardino post-naturale con Intelligenza Artificiale.

Dal sito del Museo che ospita la mostra:

Criticando questa procedura colonialista – e dopo aver ricevuto in dono una piantina di Tradescantia zebrina, comunemente chiamata ebrea errante – l’artista Giselle Beiguelman ha mappato centinaia di specie vegetali con un nome comune peggiorativo, per poi remixarle al fine di produrre un vero giardino decoloniale, in cui articola riflessioni di ordine politico ed estetico sul pregiudizio, la rappresentazione e il rapporto tra cultura e natura  che la modernità ha reso inscindibile.


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