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La generazione cleptomane che ha distrutto il futuro dei giovani

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Sul sito del think tank I-Com Andrea Picardi intervista il giornalista Francesco Vecchi in riferimento al suo ultimo libro, il pamphlet I figli del debito: come i nostri padri ci hanno rubato il futuro, recentemente pubblicato da Piemme. Secondo Vecchi, le sconsiderate politiche (pensionistiche e non solo) degli anni ’70 e ’80 siano alla radice delle gravi difficoltà che dal ’92 (data assunta quale spartiacque in quanto coincidente con la fine della prima repubblica ed anno del trattato di Maastricht) i giovani italiani sono costretti a fronteggiare, sul mercato del lavoro (essendosi concentrata su di loro tutta la flessibilità delle varie riforme che si sono susseguite in questi anni) e sul fronte della spesa pubblica (la quale è totalmente sbilanciata a favore dei più anziani: ad esempio si è registrato un costante aumento della spesa pensionistica a fronte di continui tagli a scuola e ad investimenti infrastrutturali).

Nell’intervista (e, in modo più argomentato, nel libro) l’autore contesta anche il mito della “Milano da bere” degli anni ’80, evidenziando come la crescita ed il benessere economico di quegli anni fossero “dopati” da continue iniezioni di liquidità finanziate con a debito, delle quali la cosiddetta “Debt Generation” si trova oggi a dover pagare il conto. Dato che il peso elettorale dei pensionati vanifica qualsiasi tentativo di riforma, l’autore giunge ad ipotizzare alcuni meccanismi difensivi a favore dei giovani analoghi a quelli che tutelano le minoranze etnolinguistiche.

Una recensione del libro pubblicata su Gli Stati Generali a firma di Pasquale Hamel sottolinea la gravità del furto intergenerazionale che è stato perpetrato, richiamando le dichiarazioni dell’economista Guido Tabellini (intervistato nel libro) secondo cui l’Italia avrebbe addirittura una probabilità su quattro di fallire entro i prossimi cinque anni a causa del debito pubblico fuori controllo, il cui rifinanziamento peraltro drena continuamente risorse che sarebbero invece necessarie per rendere il paese competitivo.

Immagine da Wikimedia.


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