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La sanità pubblica non è più per tutti. Ma ormai nessuno protesta

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In questa inchiesta de L’Espresso a cura di Gloria Riva si evidenziano alcune grosse criticità che affliggono da tempo il Servizio Sanitario Nazionale e al contempo si registra anche la rassegnata apatia con cui gli italiani accettano questa situazione, a differenza di altri Paesi europei (come la Spagna).

Anche l’Ocse ha dichiarato che l’Italia, per garantire la tenuta sociale del Paese, dovrebbe spendere almeno 25 miliardi in più all’anno. A parole tutti difendono l’Ssn («Sono un fervente sostenitore della sanità pubblica», dice il sottosegretario al ministero della Salute, Marcello Gemmato, in quota Fratelli d’Italia), nei fatti quest’anno sono stati appostati due miliardi di euro in più: briciole. Del resto sono 20 anni che la spesa sanitaria è un elettroencefalogramma piatto e gli aumenti coprono soltanto i maggiori costi dell’inflazione.

Sempre Gloria Riva aveva provato ad analizzare  gli effetti concreti del Decreto Calderoli sul Sistema Sanitario Nazionale in un altro articolo su L’Espresso.

Il cuore del problema è capire infatti come sarà possibile finanziare le regioni economicamente meno floride se il Nord tratterrà per sé il denaro raccolto dalle proprie tasse. Per capirci, come colmeranno il gap oggi esistente Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Puglia e Sicilia senza gli stanziamenti provenienti dalle regioni più ricche? E poi, già oggi la spesa sanitaria pubblica si attesta attorno ai 2.147 euro pro-capite, ma la distribuzione fra Regioni è già piuttosto diversificata: si va dai 2.186 euro per i veneti ai duemila euro per i campani e siciliani. E con l’autonomia questa diversificazione andrà ulteriormente aumentando.

Intrecciato tema c’è quello dello stanziamento dei fondi del PNRR alla sanità, un tema analizzato in un comunicato dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio. Si sta parlando di 7 miliardi di euro di investimenti, concentrati soprattutto sull’assistenza sanitaria non ospedaliera.

Malgrado la nuova struttura dei servizi territoriali fosse stata immaginata già da tempo nelle sue linee fondamentali e nonostante siano state realizzate diverse esperienze rilevanti in alcune Regioni, raramente le Case della salute o le associazione tra i medici di base sono divenute effettivi punti di riferimento per i cittadini, con disponibilità di servizi in ampie fasce orarie, e molte Regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, non dispongono di strutture intermedie per degenze a bassa intensità clinica. Questo implica, tra l’altro, che gli ospedali vengono spesso sovraccaricati dalla richiesta di interventi che potrebbero essere svolti altrove.


In aggiunta, su segnalazione di @RNiK:

Prendendo spunto dalla grande iniziativa pubblicitaria di un’importante compagnia assicurativa che offre la copertura per prestazioni sanitarie, Filippo Palumbo, già Capo Dipartimento della Programmazione sanitaria del Ministero della salute, si lancia in un’analisi sui diversi sistemi sanitari internazionali ed il loro rapporto con l’ambito assicurativo.


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