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La scelta dei repubblicani (di ostacolare il voto)

La scelta dei repubblicani (di ostacolare il voto)

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Su suggerimento di @gg

Talk of “election integrity” by the Grand Old Party is inextricably intertwined with its modern history of pandering to racist elements of American life; any attempt to disentangle these stories and tell them separately is disingenuous, even if it angers partisans.

Un lungo articolo di Clare Malone su FiveThirtyEight ripercorre la storia del Partito repubblicano di fronte alla questione razziale in USA, dal dopoguerra ad oggi.

Nel 1956, il 40% dei neri americani votò per Eisenhower; la stessa percentuale di ispanici ancora nel 2004 votava per Bush. Ma queste percentuali calano sempre di più nel corso dei decenni, nonostante i ricorrenti tentativi (più o meno sinceri) del partito o di personalità interne ad esso di ribaltare la situazione. Uno di essi era ad esempio George Romney, il padre del Romney che conosciamo, che nel 1968 si candidò alle primarie repubblicane da sostenitore dei diritti civili e rimediò una sonora sconfitta.

Dagli anni ’60 in avanti, infatti, a questi tentativi si è sempre opposta l’ala del GOP decisa a puntare unicamente sui bianchi, che cinicamente porta avanti politiche attive e sistematiche di regole elettorali volte a impedire il voto alle minoranze, riducendo il numero di seggi, creando sistemi di controllo dell’identità dei votanti dalla dubbia utilità, ed eliminando nomi dalle liste elettorali.

Il dibattito sul tema continua ancora oggi, ai tempi della pandemia, sul voto per posta, contro cui Trump e la commissione nazionale del partito si stanno scagliando a gran voce.


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