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Le classifiche accademiche riflettono veramente la qualità delle università italiane?

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Su Nature un articolo sulla qualità delle università italiane. È noto come, nelle classifiche accademiche, le università italiane abbiano di solito punteggi abbastanza bassi: per esempio, la Sapienza di Roma è stata nominata 164esima al mondo dalla classifica QS, e ottiene punteggi analoghi o addirittura peggiori in quelle del Times Higher Education (THE), e dell’Academic Ranking of World University (ARWU). Tuttavia, se si guarda alle assunzioni nelle università statunitensi, emerge un quadro molto diverso:

Abbiamo scoperto che quasi 3.000 docenti assunti negli Stati Uniti nell’arco di tempo considerato (2011-2020, NdM) hanno conseguito il dottorato in Italia. Questo numero è sorprendente, soprattutto se confrontato con i 7.384 ricercatori tenure-track assunti in Italia nello stesso periodo.

I ricercatori italiani (o meglio, con un dottorato italiano) oltreoceano sono sovrarappresentati fra le discipline STEM, mentre sono sottorappresentati in ambito umanistico (con l’eccezione degli studi classici). Fra le loro università di origine, primeggia la Sapienza, seguita da Milano e da Padova: i ricercatori formati in queste sedi hanno un successo che è in forte contrasto con i bassi punteggi di queste ultime.

Per esaminare in modo più quantitativo la posizione delle università che assumono docenti formati in Italia, abbiamo considerato il punteggio di “prestigio” assegnato a ciascun dipartimento universitario statunitense dallo studio di Nature. Abbiamo scoperto che il 35% dei docenti formati nelle università italiane è stato assunto da dipartimenti statunitensi appartenenti al primo 25% in termini di prestigio. Questa percentuale è del 35% per la Sapienza, del 32% per l’Università di Milano, del 36% per l’Università di Napoli e del 54% per i laureati della Scuola Normale Superiore. È interessante confrontare questi valori con quelli ottenuti per le università statunitensi classificate allo stesso livello dai principali ranking accademici: è l’11% per la Texas A&M, il 15% per la University of Utah e la North Carolina State University, il 7% per la University of Southern Florida e l’8% per la University of Alaska.

Perché allora le università italiane hanno posizioni così basse nelle classifiche? Se da un lato i loro indicatori di produzione scientifica sono spesso buoni, due fattori critici le fanno finire in fondo alla classifica: la reputazione e l’internazionalizzazione. La reputazione è una questione soggettiva che riflette la percezione comune del prestigio, rafforzata dalle classifiche stesse. Inoltre, le università italiane tradizionalmente attraggono pochi studenti internazionali. A nostro avviso, ciò non è dovuto al fatto che l’istruzione viene giudicata di scarsa qualità, ma piuttosto al fatto che viene offerta principalmente in italiano. Il sistema accademico italiano è per lo più finanziato dallo stato con l’obiettivo di fornire ai cittadini un’istruzione superiore a costi accessibili. Attirare gli studenti internazionali offrendo servizi extracurriculari attraenti e costosi non è mai stato un obiettivo. Riteniamo che sia importante valutare le università utilizzando un ventaglio di criteri. Paesi diversi potrebbero avere obiettivi diversi per il loro sistema educativo, legati alle loro esigenze socio-economiche e culturali. Classificare tutte le università insieme e confrontare i Paesi come se l’istruzione fosse una gara è fuorviante e inutile.


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