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L’imprescindibile umanità delle scienze

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Su Il Tascabile una intervista a Isabella Blum, traduttrice di molti saggi di divulgazione scientifica, a partire da quelli di Oliver Sacks.

La lettura di Sacks fu rivelatrice, fin dall’inizio. Come traduttrice entrai nella sua opera con Emicrania, quando Adelphi aveva già pubblicato RisvegliL’uomo che scambiò sua moglie per un cappelloVedere voci e Su una gamba sola. Mi tuffai nella lettura, e mi si aprì un mondo. Sacks rimandava a Lurija, e lessi qualcosa anche di lui, Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava nulla e Un mondo perduto e ritrovato. Un cambiamento di prospettiva che per quanto mi riguarda fu epocale. I pazienti – le persone con patologie, disturbi o lesioni – cessano di essere esemplari da museo, oggetti da descrivere nel modo più freddo e asettico possibile, e prendono vita (in effetti, se la riprendono). Questo non significa che la descrizione cessi di essere oggettiva, anzi. A ben vedere, erano le descrizioni precedenti a perdere una fetta enorme di realtà, trascurandone aspetti importantissimi.

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E così, in Sacks, la descrizione ha luogo su piani diversi. Un piano storico, che lo intrigava molto, nel quale vestiva i panni d’un appassionato cultore di storia della medicina; un piano scientifico, in cui s’infilava il camice e scendeva in corsia; e un piano umano, in cui compiva uno sforzo per così dire empatico, conservando peraltro uno straordinario equilibrio. Sacks infatti – se si esclude Su una gamba sola – non diventa lui stesso paziente; non si immedesima nel paziente; e nemmeno cede al sentimentalismo. Continua a essere se stesso, è sempre uno scienziato rigoroso, ma è capace di osservare lo scenario della malattia dall’interno non meno che dall’esterno: con parole precise, senza cedimenti, ma con una qualità letteraria, una profondità umana davvero molto rara.


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