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Speciale ransomware

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L’ascesa dei ransomware – quei software malevoli che cifrano i file e chiedono un riscatto per sbloccare tutto, ormai gestiti da gang criminali ben organizzate – sembra aver raggiunto il suo climax. Il che sarebbe un bene, da un certo punto di vista, se non fosse che tale impressione si prova da tempo, e il climax continua a spostarsi più in alto. Qualcosa però sta succedendo, a livello più ampio, se tutte le maggiori testate mondiali questa settimana si stanno occupando del fenomeno, quasi come se fosse una scoperta e non si trascinasse invece da anni (in particolare con una prima esplosione nel 2016, come ho raccontato nel libro omonimo di questa newsletter, Guerre di Rete). E come se, prima della sanità irlandese o di molti ospedali americani ed europei, non avesse già messo in ginocchio un sistema sanitario, quello inglese, nel 2017 (con Wannacry, di cui ho scritto in #Cybercrime).

Un fenomeno in crescita, a partire dai riscatti
E tuttavia, i dati, per quello che possono valere nella confusa classificazione dell’economia cybercriminale, mostrano effettivamente un fenomeno in crescita: durante il 2020, rispetto all’anno precedente, il valore dei pagamenti di riscatti sarebbe aumentato del 341 per cento fino a un totale di 412 milioni di dollari, secondo la società di analisi della blockchain Chainalysis.
Più interessante ancora è l’indicazione arrivata dallo stesso direttore dell’Fbi, Christopher Wray, a un’audizione del Congresso, secondo la quale il volume totale di somme pagate in ransomware è triplicato nell’ultimo anno. “Riteniamo che la minaccia cyber stia crescendo esponenzialmente”, ha detto Wray. Ed è in crescita anche la tendenza a pubblicare i dati delle vittime da parte dei criminali, secondo la società di cybersicurezza Mandiant.

Ma soprattutto nell’ultimo anno abbiamo visto attacchi sempre più ampi, e richieste di riscatto sempre più alte, contro aziende, ospedali, pubbliche amministrazioni, perfino dipartimenti di polizia. E poi infrastrutture critiche, come Colonial Pipeline (di cui ho scritto qua in newsletter e sul quotidiano Domani).
Secondo alcuni articoli, come questo di Vox, tale accelerazione sarebbe il frutto della combinazione rovinosa della politiche russe (che, al minimo, non prenderebbero misure contro i cybercriminali autoctoni), delle possibilità di pagamento offerte dalle criptovalute e della pandemia.

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