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Un’intervista a Cartier-Bresson: «In fotografia i “forse” non esistono» [EN]

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Il New York Times propone un’intervista a Henri Cartier-Bresson sul significato della fotografia e gli strumenti dell’arte fotografica.

L’intervista, realizzata nel 1971 ma sbobinata solo nel 2011, riprende molte convinzioni del maestro francese, la cui carriera è stata così importante da meritarsi l’appellativo di occhio del secolo, a cominciare dal disinteresse (o nausea) mostrato verso i ferri del mestiere:

Ce la fa a parlare un po’ della sua attrezzatura?

Sono completamente e sono sempre stato completamente disinteressato al processo fotografico. Mi piace avere la più piccola macchina fotografica possibile, non quelle enormi reflex con ogni sorta di gingilli. Quando lavoro, ho una M3 perché è più veloce quando sono concentrato.

Bresson accenna quindi a cose che lo lasciano disgustato nel panorama del 1971, tra i quali «gli effetti», «la fotografia a colori» e la ricerca di una sterile perfezione tecnologica. Bresson è molto preciso nella sua ricerca fotografica che parte molto prima della pressione sull’interruttore:

La gioia più grande per me sta nella geometria; questo significa struttura. Non è solo una questione di scattare per la struttura, per le forme, per i modelli e tutto il resto; è un piacere sensuale, un piacere intellettuale, allo stesso tempo avere ogni cosa al posto giusto. È il riconoscimento di un ordine che è davanti a te.

La cifra stilistica è quindi il mescolare una composizione gradevole alla «testimonianza del nostro mondo», al di là del referente. Per Bresson — che chiuse la sua 50mm in cassaforte per dedicarsi al disegno — la precisione rimane tutto:

La differenza tra una buona foto e una foto mediocre è una questione di millimetri — piccole, piccolissime differenze — ma è essenziale. Non pensavo che ci fosse una così grande scarto tra i fotografi. Magari solo una differenza molto piccola. Ma è quella piccola differenza che conta, forse.


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