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Vi ricordate quando i cibi non scadevano mai?

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Quante volte controlliamo la data sulla confezione prima ancora di aprirla e annusarla? Questo articolo su Dissapore a firma di Valentina Dirindin, racconta come l’abitudine a fidarsi ciecamente delle etichette, più che tutelare la sicurezza alimentare, rischi di alimentare lo spreco di cibo ancora perfettamente commestibile. Il caso preso in esame è quello della California, che ha appena semplificato le sue etichette riducendo a due le diciture ammesse; un problema secondo la FDA che pesa per quasi il 20% sullo spreco alimentare USA. Un tema che riguarda da vicino anche l’Italia, dove le regole su “scadenza” e “termine minimo di conservazione” sono le stesse europee, ma dove — come raccontato in questo articolo su La Cucina Italiana— la proposta tedesca di abolire il TMC su pasta e riso aveva scatenato più di una polemica.

L’IA ci ricorda che la differenza italiana più interessante da citare è quella sulle sanzioni: un rivenditore USA non rischia nulla lasciando scaduto un prodotto sullo scaffale, mentre in Italia rischia fino a 40.000 euro — un dettaglio che potrebbe spiegare perché in Italia la GDO ritira tutto con settimane di anticipo, alimentando ulteriormente lo spreco di cui parla l’articolo.

Fonti principali: EUR-Lex (Reg. UE 1169/2011), MIMIT (pagina etichettatura alimentare), Normattiva (D.Lgs. 231/2017)FARE (sanzioni).

Curiosità: l’app Too Good To Go ha già lanciato dal 2021 una sua “Etichetta Consapevole” con la dicitura “spesso buono oltre” su circa 10 milioni di prodotti, quindi il concetto circola già informalmente sul mercato italiano. FARE

Le differenze tra Europa e Italia si possono riassumere così:

Per quanto riguarda la distinzione tra data di scadenza e termine minimo di conservazione, l’Italia non ha una normativa diversa da quella europea: le due categorie e le relative diciture (“da consumarsi entro” / “da consumarsi preferibilmente entro”) derivano direttamente dal Regolamento (UE) 1169/2011, che stabilisce che l’informazione sulla durabilità del prodotto può essere fornita mediante il termine minimo di conservazione o la data di scadenza a seconda della deperibilità dell’alimento. Su questo l’Italia si limita a recepire la norma comune. MilanoToday

Dove l’Italia interviene con norme proprie:

  1. Sanzioni — Il Regolamento UE non stabilisce sanzioni (materia lasciata ai singoli Stati). L’Italia le ha fissate con il D.Lgs. 231/2017, entrato in vigore il 9 maggio 2018, che sanziona le violazioni al regolamento UE 1169/2011 e aggiorna il precedente D.Lgs. 109/1992 alla normativa comunitaria. Le multe attuali per la vendita di alimenti scaduti vanno da un minimo di 5.000 euro a un massimo di 40.000 (una fonte più datata riporta invece un minimo di 500 euro — probabile riferimento a fattispecie diverse dall’art. 12 specifico sulla vendita di prodotti scaduti; se ti serve per l’articolo ti conviene verificare il testo del decreto direttamente). Camera
  2. Prodotti sfusi / non preimballati — Il regolamento UE lascia agli Stati membri facoltà di intervento su questi prodotti, e l’Italia ha regole nazionali specifiche: per esempio l’obbligo di indicare la data di scadenza con la dicitura “da consumarsi entro” si applica, tra i prodotti sfusi, solo alle paste fresche, disposizione fissata dal decreto legislativo 231/2017. EUR-Lex
  3. Origine dell’ingrediente principale — Qui la differenza è più marcata: mentre il Regolamento UE 1169/2011 non impone in modo generalizzato l’indicazione dell’origine dell’ingrediente principale, l’Italia ha scelto di mantenere una disciplina nazionale più avanzata, prorogata di recente fino al 31 dicembre 2026 per prodotti come pasta (origine del grano) e formaggi (origine del latte). Camcom


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