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Non c’è privacy per i dipendenti Apple

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Jacob Preston era seduto con il suo manager dopo la prima settimana di lavoro alla Apple; gli fu detto senza tanti cerimoniali che avrebbe dovuto collegare il suo Apple ID personale e il suo account di lavoro. […] Tre anni dopo, quando Presto rassegnò le dimissioni, questa scelta lo face pentire amaramente. Il suo manager gli ordinò di ritornare il suo portatile e — come da protocolli Apple — di non formattare l’hard drive. Il presagio si era avverato: sul portatile c’erano sì messaggi di lavoro, ma anche privati, per non parlare delle dichiarazioni dei redditi e dei documenti per il mutuo.

Preston non è l’unico dipendende Apple ad essere rimasto scottato dalle regole dell’azienda. In molti casi Apple invita i suoi dipendendi ad avere un unico device sia per il lavoro che per la vita privata — per provare live i nuovi prodotti e migliorarli. La stessa Apple ha dei termini molto stringenti nel contratto che fa firmare ai neoassunti: può frugare dappertutto, compresi negli uffici e nei dispositivi «ad uso misto» dei dipendenti.

Ashley Gjøvik ha provato questa contraddizione sulla propria pelle quando i contenuti del suo smartphone sono diventati parte di una causa. Gjøvik ha chiesto che messaggi personali (come delle foto erotiche mandate a un uomo con cui aveva una relazione) fossero cancellati, ma il dipartimento legale di Apple ha opposto il proprio diniego.

Sia Preston che Gjøvik sono disillusi da un’azienda che credevano diversa dalle altre. Contattata per commentare i fatti in questione, Apple ha preferito non rispondere.

Immagine: Rich Brooks, Rotten Apple.


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