Un articolo dal titolo La vera storia delle incredibili bare ghanesi, che l’Occidente ha frainteso, pubblicato sul magazine online Domusweb, parla dell’ultimo libro dell’etnologa e storica dell’arte svizzera Regula Tschumi: Buried in Style. Artistic Coffins and Funerary Culture in Ghana.
Queste bare sono state scoperte dall’Europa solo nel maggio del 1989, per una mostra al centre Pompidou, “Magiciens de la Terre”, curata da Jean-Hubert Martin.
Maggio 1989: i parigini vanno a ripararsi da una giornata uggiosa nel Centre Pompidou di Rogers, Piano e Franchini, e si imbattono in delle strane sculture – delle bare iperrealiste e ipercolorate. Vengono dal Ghana e sono il prodotto artistico di una delle regioni più a sud del paese.
Agli occhi occidentali sono oggetti divertenti, collezionati e esposti in musei mentre in origine il rito, l’esposizione durante il funerale, voleva essere un tributo privato al defunto. Attualmente invece capita sempre più spesso che vlogger di YouTube entrino nelle botteghe artigiane dove le bare sono realizzate, e che i turisti chiedano di poter assistere al rito funebre, violando quello che, per le famiglie dei defunti, resta comunque un momento strettamente privato.
Ma quando e dove è nato questo modo “pittoresco” per celebrare un defunto?
Bisogna risalire al periodo coloniale britannico, fra il 1874 e il 1957, quando gli inglesi osteggiavano, se non direttamente proibivano, i riti funebri tradizionali, in particolare quelli di capi tribali e re. Il gruppo etnico dei Ga, quindi, diede origine a questa tradizione, costruendo bare identiche alle portantine cerimoniali usate in vita per trasportare i nobili.
“Mentre il palanchino originale veniva conservato nel palazzo, di nascosto ne realizzavano una copia e la seppellivano di notte”, racconta Tschumi. Austere e sobrie, queste bare riproducevano stemmi familiari e simboli di potere come aquile, leoni ed erano molto diverse dalle bare figurative contemporanee. Anche se ne rappresentano, effettivamente, l’origine.
Tschumi sente parlare delle bare ghanesi durante l’università, e nel 2002 va in Ghana per fare ricerche sul campo. L’inizio delle ricerche è abbastanza frustrante, in quanto sembra che questa bare siano come nate “dal nulla”. Scoprirà in seguito che, essendo legate inizialmente a riti della nobiltà dell’etnia Ga, le persone comuni non ne venivano a conoscenza e non ne potevano tramandare il ricordo.
Il cambiamento venne portato dai cristiani, che presero spunto dai riti della nobiltà per creare bare che ricordassero i sogni del defunto, o la sua professione. Nacquero così le bare a forma di scarpa, di granchio, di pesce o di camion.
Tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, queste pratiche escono dal contesto Ga e si diffondono progressivamente nella regione di Accra. Nascono le botteghe e una nuova generazione di artigiani. Negli anni Ottanta, Jean-Hubert Martin visita il Ghana e, tramite missionari e collezionisti, entra in contatto con i costruttori di bare: a due di loro, Paa Joe e Kane Kwei, commissiona opere destinate all’Europa.
La mostra al Centre Pompidou contribuisce a creare un equivoco difficile da scardinare: che i riti funebri con le bare scolpite siano una novità introdotta negli anni ’80 del 900, anziché l’evoluzione di una tradizione risalente a decine di anni prima. Inoltre il richiamo di questi riti funebri li sta facendo diventare un business: la gente paga per partecipare al rito e le famiglie si indebitano per bare sempre più complesse e costose:
nuovi circuiti economici prosperano sulla visibilità dei riti funebri. “I funerali competono per attrarre visitatori e donazioni: se sono poco coinvolgenti, la gente potrebbe non pagare”.
Video come Coffin dance fanno pensare che questo sia l’unico tipo di rito funebre del paese, cancellando le diversità dovute ai diversi credo religiosi, o i funerali, più sobri, delle cerimonie tradizionali africane. Di tutto questo i turisti ed i visitatori, spesso, non hanno idea
Intanto, però, pagano profumatamente i ballerini del gruppo di Aidoo per veder ripetere lo stesso balletto che hanno già intercettato su Instagram. E forse un giorno, teme Tschumi, pagheranno anche per partecipare a dei riti finti, costruiti appositamente per loro.


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