Il Guardian propone una serie di episodi che hanno riguardato persone con problemi medici acuti durante viaggi in aereo, e che hanno visto l’intervento fortunoso di medici che hanno risposto all’avviso urgente.
Doctors must assess the risk they can accept by treating someone 10,000 metres in the air and with a captive audience
Il giornale inquadra l’ambito deontologico e legale (in particolare quello anglosassone) in cui i soccorritori sono costretti a muoversi per trattare persone con disturbi che spesso sono al di fuori del proprio ambito di competenze. Abbiamo così medici che dichiarano apertamente di bere un bicchiere o due prima della partenza per avere la scusa per non poter intervenire, a medici chiamati per problemi autolimitanti, a voli pieni di medici diretti ad un aggiornamento pronti ad intervenire per un singolo malato.
L’articolo parte dal racconto dell’intervento di emergenza effettuato dal prof. Angus Wallace e dal dr. Tom Wong su una passeggera che, inizialmente, sembrava solo avere delle contusioni da una brutta caduta in moto subita sulla via per l’aeroporto. In realtà la passeggera aveva un pneumotorace (patologia potenzialmente letale) causato dalla frattura di una costola. I due medici, con attrezzature mediche insufficienti, riuscirono comunque ad evitare che la donna subisse danni gravi, sterilizzando il materiale con del brandy di marca e riscaldando degli asciugamani da usare come teli sterili.
Secondo il New England Journal of Medicine le emergenze mediche in volo sono estremamente rare: circa una ogni 604 voli, circa 16 incidenti per milione di passeggeri, e la maggior parte di queste avviene durante i voli internazionali. Tuttavia la statistica è di poco aiuto, quando gli assistenti di volo fanno il fatidico annuncio “C’è un medico a bordo?”, come afferma Matt (un medico intervistato per l’articolo che ha voluto lasciare solo il proprio nome) raccontando della sua esperienza quando, ancora specializzando durante un volo da Brisbane a Canberra, fu spinto dal padre ad intervenire su un uomo che si era sentito male. Matt ricorda che gli venne dato una specie di “stetoscopio giocattolo” quando chiese all’equipaggio di che tipo di attrezzatura di emergenza disponessero.
Il problema tipico di queste situazioni è la carenza di attrezzature mediche adatte: le compagnie aeree, infatti, hanno l’obbligo di avere dei kit medici di emergenza, ma il loro contenuto dipende dai regolamenti aziendali (per le compagnie europee questo è stabilito dal Regolamento (UE) 965/2012). Ian Hosegood, responsabile esecutivo della sicurezza e della salute per Qantas, dice che gli aerei della compagnia hanno a bordo attrezzature mediche superiori a quanto richiesto dalla legge:
“We carry equipment well above regulatory requirements – from Narcan and EpiPens to antibiotics and advanced airway tools – so our teams are prepared for whatever comes their way,” he says.
“Our crew manage a wide range of medical situations in the air, including cases where the right equipment and training make a real difference,”
In Australia i medici fuori servizio hanno l’obbligo deontologico di intervenire in caso di emergenza, ma non è un obbligo legale, e la legge li tutela da cause civili in caso agiscano in buona fede. Tuttavia Matt afferma di aver sentito spesso dei medici confermare di bere alcolici prima del volo per poter avere una giustificazione per non intervenire. Comprensibile, dice ancora Matt, se la richiesta di intervento viene fatta ad un medico, come uno psichiatra, che non ha familiarità con la medicina di emergenza.
Tuttavia possono anche capitare casi estremamente fortunati, come successe a Dorothy Fletcher:
In 2003, Fletcher, then 67, had a heart attack while flying from Manchester to Orlando, Florida, for her daughter’s wedding. When the call for help was made, no fewer than 15 heart specialists, on their way to a cardiology conference, stood up. She spent two days in intensive care on arrival, but recovered in time to attend the wedding.


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