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Dei e tamburi

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Su L’indiscreto, un magazine inattuale Paolo Riberi offre un estratto del suo libro “Abraxas: la magia del tamburo“, parlando nello specifico del rapporto tra lo strumento musicale ed alcuni culti.

La parola “Abraxas” si trova sin dall’antichità incisa su amuleti e talismani e rappresenta, in generale, la mediazione tra l’uomo e il Dio; in particolare la si ritrova all’intorno dei riti gnostici.
Qui Abraxas veniva raffigurato in associazione a un tamburo quando se ne voleva riconoscere il ruolo di garante del ciclo solare e custode degli equilibri stagionali: saper suonare il tamburo significava saper governare il ciclo della natura, del tempo e delle stagioni.

Partendo da qui l’estratto si concentra non tanto su Abraxas quanto su tutte quelle figure che lo hanno preceduto nel suo ruolo durante il Neolitico Europeo e all’interno dello sciamanesimo dell’Asia Centrale, figure che sono tutte femminili: si parte dalla Dea Madre, anche detta Dea-Uccello, che Marija Gimbutas identifica come patrona e inventrice stessa della musica, per arrivare alla sua emanazione che in Asia Minore prende il nome di Cibele.

Sulle prime non mancarono le polemiche, dal momento che Cibele veniva avvertita come una divinità straniera, ma alla fine le processioni al ritmo di tamburo divennero un fenomeno comune in tutta la penisola greca.

Accanto a Cibele appare, in ruoli spesso diversi tra loro, l’uomo, Attis.

Allo stesso modo, i sacerdoti di queste due divinità – conosciuti con il nome di “Galli” – durante le cerimonie erano soliti evirarsi e poi flagellarsi con bastoni, pigne e fruste appesantite da ossicini, per sperimentare in prima persona il dolore di Attis e diventare degni di servire la dea. Curiosamente, in questo rituale iniziatico compaiono sia la frusta che il tamburo, che saranno attributi di Abraxas.

[…] Dopo aver “mangiato di ciò che vi è nel tamburo”, il Gallo otteneva così il permesso di suonare lo strumento, divenendo degno di maneggiarne gli straordinari poteri cosmici durante le processioni in onore di Attis e Cibele, che consentivano di rigenerare la terra e la volta celeste.

Ancora oggi, nell’Italia meridionale, è il ritmo della tammorra – ossia del tradizionale tamburo a cornice della Campania – ad accompagnare la Juta dei femminielli di Montevergine, una bizzarra processione religiosa dedicata alla Madonna Nera o “Madonna Schiavona”, protettrice degli omosessuali. È particolarmente evidente l’assimilazione tra la dea Cibele e la Vergine Nera, così come tra i pellegrini omosessuali e gli antichi sacerdoti Galli privi del membro maschile. È evidente che il rito rappresenta una chiara sopravvivenza degli antichi rituali cosmici in onore della Dea, accompagnati, anche a distanza di duemila anni, dal suono delle percussioni e dai ritmi della tammurriata.

In ambito greco il tamburo divenne caratteristica del culto di Dioniso, dio dell’ebrezza:

Anche in questi rituali, chi maneggiava il tamburo entrava in contatto con i poteri del cosmo: non a caso, l’uso del tympanon era riservato alle Menadi, le “sacerdotesse del serpente” che dedicavano la propria vita al servizio di Dioniso. Percuotendo ossessivamente la pelle dei tamburelli, le Menadi danzavano nella notte fino a raggiungere la manìa, ossia uno stato di possessione rituale che le portava in contatto diretto con la forza vitale dell’universo. 

L’ultima figura divina responsabile dei cicli vitali del cosmo che è legata indissolubilmente al tamburo è quella del dio Šiva, che lo avrebbe usato per dare forma all’intero universo.

“La filosofia dei Veda – spiegano gli studiosi dell’antico induismo – fa riferimento al concetto di “suono dio”, come sorgente di ogni vibrazione nel cosmo, udibile e non udibile”. 

Una piccola curiosità: le tre illustrazioni di Abraxas che corredano l’articolo sono ottenute mediante l’intelligenza artificiale DALL-E 2.


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