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Finirà l’islandese?

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In un recente articolo sul suo blog Un Italiano in Islanda, Roberto Pagani parla delle difficoltà che affronta la sopravvivenza della lingua islandese.

L’islandese è in una condizione paradossale: solo 400.000 abitanti lo parlano, più o meno quanti gli abitanti del comune di Bologna, eppure è una lingua che viene usata in tutti gli ambiti della comunicazione, e in cui si scrivono e leggono anche testi scientifici o divulgativi. Recentemente però l’immigrazione ha portato anche in Islanda molte persone con una diversa lingua madre (oggi circa un quinto della popolazione), e che non lo stanno imparando.

Le ragioni sono varie: Pagani (che è un insegnante di islandese per stranieri) afferma che il governo non investe abbastanza nei corsi di lingua, ma riconosce anche che gli Islandesi stessi trovano più facile passare direttamente all’inglese, e che gli immigrati non sono soggetti a una vera pressione sociale per imparare la lingua.

In reazione a questo fenomeno, si è visto recentemente il nascere di una certa xenofobia. Inoltre l’inglese domina i media e l’intrattenimento online a cui tutti gli Islandesi sono esposti fin da piccoli. A ciò si aggiungono pregiudizi sulla difficoltà dell’islandese, che viene percepito (sia dagli stranieri che dai nativi, che ne fanno un motivo d’orgoglio) come praticamente impossibile da imparare, e che quindi dissuadono anche solo dal provarci.

Una lingua non muore quando sparisce dalle iscrizioni universitarie o quando un cantante pubblica un brano in inglese. Muore quando:

smette di essere necessaria; la società non la trasmette agli stranieri; i giovani la percepiscono come opzionale; lo Stato investe troppo poco e troppo tardi.

L’islandese non è condannato: è pienamente recuperabile.

Ma senza investimenti seri nell’insegnamento, nei materiali, negli insegnanti e nella pianificazione linguistica, rischia di perdere terreno fino a diventare una lingua “ornamentale”: bella, affascinante, orgogliosa — ma marginale nella vita di molti.

La responsabilità, oggi, è collettiva: istituzioni, scuole, media, cittadini. L’islandese può prosperare. Ma non lo farà da solo.


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