In occasione dell’anniversario del primo grande furto di armi compiuto nel 1972 in un deposito dell’esercito svizzero a Ponte Brolla (Ticino), per rifornire quelli che sarebbero diventati i terroristi italiani, l’agenzia TVSvizzera.it pubblica un articolo dedicato alla storia di quel furto e a come inquadrarla nella situazione politica svizzera.
Nei primi anni ’70 si registrarono quasi duecento furti di armi in Svizzera: il paese faceva affidamento per la sua difesa sul servizio di leva e su depositi di armi diffusi in tutto il territorio, in modo che in caso di attacco fosse immediata la distribuzione ai riservisti. Questi depositi non erano blindati e sorvegliati, perché fino ad allora non sembrava possibile che le armi da guerra potessero essere ricercate da estranei per scopi differenti. La conseguenza fu che vennero sottratti centinaia di fucili, migliaia di pistole, oltre cinquecento bombe a mano, destinati in gran parte agli estremisti di destra e di sinistra europei.
Per troppo tempo, la polizia svizzera non si accorse che le organizzazioni eversive italiane si stavano armando grazie alle negligenze elvetiche… Si credeva che si trattasse di normali furti commessi da comuni criminali…
… Solo a partire dal 1976, il numero di furti cominciò a diminuire, dopo che l’esercito svizzero introdusse nuove misure di sicurezza con il progetto SMUD (Schutz von Munition vor Diebstahl, in italiano, protezione delle munizioni dal furto).
Soltanto nel 1981 un processo relativo a quel furto mise in evidenza il coinvolgimento dei brigatisti italiani e di alcuni militanti ticinesi, con condanne relativamente miti rispetto alla gravità dei fatti. Questo tipo di punizione viene giudicato come una scelta politica, per coprire le responsabilità del sistema istituzionale svizzero ed evitare una inchiesta approfondita che le avrebbe messe in evidenza.


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