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Il malato immaginato

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Il Tascabile pubblica un articolo dal titolo Il malato immaginato, a cura di Rossella Failla, nel quale si esamina la sempre maggiore spinta alla medicalizzazione delle società moderne.

Il confine tra salute e malattia è sempre più mobile e negoziabile. Tra canoni di bellezza, disease mongering e salute subottimale, siamo tutti pazienti potenziali in attesa di una diagnosi, e del relativo trattamento.

Il primo di aprile del 2006, il prestigioso British Medical Journal pubblicò, come pesce d’aprile, la descrizione di una malattia inesistente chiamata Motivational Deficiency Disorder. Nonostante fosse uno scherzo, molti media la presero sul serio. Questo aneddoto diventa il punto di partenza per riflettere su un fenomeno molto reale: la facilità con cui oggi si può trasformare quasi qualsiasi condizione umana in una malattia.

L’autrice osserva che viviamo in un’epoca in cui la linea tra ciò che è “normale” e ciò che è “patologico” si fa sempre più sottile. Aspetti della vita quotidiana, variazioni del corpo, stati d’animo passeggeri o caratteristiche estetiche vengono sempre più spesso interpretati come problemi medici. Un esempio emblematico è la cosiddetta “bruttezza”: qualcosa che un tempo era considerato semplicemente una caratteristica personale, oggi viene talvolta trattato come un difetto da correggere, quasi una condizione clinica. La bruttezza diventa così un “problema” da diagnosticare, misurare, trattare, con argomentazioni che spaziano dal danno psicologico alla deviazione statistica rispetto a un ideale di proporzione.

Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici alcuni aspetti della vita ‒ fisici, psicologici o sociali ‒ un tempo ritenuti normali.

Questo processo si inserisce in un fenomeno più ampio, il disease mongering: l’espansione del mercato della salute attraverso l’allargamento delle definizioni di malattia. L’articolo porta diversi esempi di condizioni che, nel tempo, sono state ridefinite in modo da includere un numero sempre maggiore di persone. L’osteoporosi, per esempio, è diventata una diagnosi molto più diffusa quando si è iniziato a confrontare la densità ossea degli anziani con quella di giovani donne sane, trasformando un normale effetto dell’invecchiamento in una patologia. Lo stesso vale per disturbi come la sindrome dell’intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile o l’ipercolesterolemia, spesso ampliati o riformulati per includere fasce sempre più ampie della popolazione.

Diversi studi mostrano come un bell’aspetto spesso si traduca in vantaggi economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo nelle relazioni.

A complicare ulteriormente il quadro c’è la crescente attenzione ai biomarcatori: indicatori biologici che permettono di diagnosticare malattie anche in persone completamente asintomatiche. Questo porta a un aumento delle sovradiagnosi e dei trattamenti inutili, alimentando l’idea che si possa essere “malati” anche senza sentirsi tali.

In questo contesto prende piede un nuovo concetto: la subsalute, uno stato intermedio tra salute e malattia caratterizzato da sintomi vaghi come stanchezza, insonnia o difficoltà di concentrazione. È un terreno fertile per il mercato della prevenzione, perché non richiede parametri oggettivi e si basa su sensazioni soggettive che chiunque può riconoscere in sé. In pratica, tutti diventiamo potenziali pazienti.

Nel caso dell’osteoporosi, la medicalizzazione della fragilità ossea ha aperto la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l’acquisto di soluzioni farmacologiche anziché l’adozione di strategie preventive più semplici ed efficaci.

Un ruolo decisivo in questo processo lo giocano i media e il linguaggio con cui si parla di salute. L’articolo mostra come il modo in cui una condizione viene raccontata – con termini tecnici, statistiche, testimonianze – possa renderla credibile e legittima anche quando è inventata. Il confine tra realtà e costruzione narrativa diventa così sempre più sfumato.

La conclusione è una domanda aperta e cruciale: chi decide cosa è malattia e cosa non lo è? L’autrice invita a riconoscere che la medicina non è solo scienza, ma anche un insieme di pratiche sociali, economiche e culturali. Le definizioni di salute e malattia non sono fisse: cambiano nel tempo, rispondono a interessi diversi e riflettono il modo in cui una società interpreta il corpo e la normalità.


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