Il sito Arte Svelata presenta la seconda parte di un articolo dal titolo La Natura morta nel Seicento.
La seconda parte dell’articolo dedicato alla natura morta nel Seicento ci porta fuori dall’Italia, in un viaggio attraverso Fiandre, Olanda e Spagna, dove questo genere pittorico assume forme e significati molto diversi. È un secolo in cui la rappresentazione degli oggetti non è mai un semplice esercizio di stile: ogni fiore, ogni frutto, ogni utensile diventa occasione per riflettere sulla vita, sulla morte, sulla fede o sulla quotidianità domestica.
Si parla di Jan Bruegel il Vecchio (1568-1625), soprannominato dei Velluti, come principe della Natura Morta fiamminga: in alcuni suoi dipinti con fiori le sue minuziose rappresentazioni dei fiori hanno permesso l’identificazione di oltre cento specie botaniche diverse. I suoi mazzi di fiori sono composizioni impossibili nella realtà, perché riuniscono specie che sbocciano in stagioni diverse. Eppure, proprio questa impossibilità diventa un trionfo della pittura: ogni petalo, ogni foglia è dipinto con una precisione quasi scientifica, come se il pittore volesse fermare il tempo e salvare la bellezza dalla sua naturale caducità.
Per l’Olanda si cita Pieter Claesz (1596/98-1661), con cui la Natura Morta racconta la vita quotidiana della borghesia protestante. Egli rappresenta con maestria tavole apparecchiate con pochi oggetti: un bicchiere, una coppa d’argento, un limone tagliato, un pezzo di pane. La sua pittura è sobria, misurata, costruita su una luce calma che accarezza le superfici. Eppure, dietro questa apparente semplicità si nasconde un messaggio più profondo: tavole abbandonate, candele spente, frutti ammaccati suggeriscono che tutto ciò che è terreno è destinato a svanire. È la vita borghese osservata con affetto, ma anche con un sottile senso di malinconia.
La Spagna è ben rappresentata dal maestro Francisco de Zurbaràn (1598-1664), dove le nature morte, chiamate bodegones, si legano ad un clima spirituale più severo, influenzato dalla religiosità controriformista. Francisco de Zurbarán porta il genere a un livello quasi mistico: pochi oggetti, isolati nello spazio, illuminati da una luce ferma e intensa che li fa emergere come apparizioni. Una tazza d’acqua, una rosa, un piatto di frutta diventano simboli religiosi, strumenti di meditazione. Le sue nature morte non descrivono semplicemente il reale: lo trasfigurano, lo rendono sacro.
In questo tipo di pittura è molto importante il linguaggio simbolico: ogni oggetto può nascondere un significato. Per esempio l’uva rimanda al vino e quindi al sangue di Cristo, il pane al suo corpo, la mela al peccato originale, il limone alla salvezza, la noce aperta alla Crocifissione. In alcuni casi, come nelle opere di Georg Flegel, la natura morta diventa una vera e propria allegoria morale, una lotta tra bene e male messa in scena attraverso pesci, insetti e frutti.
Nei Paesi Bassi, inoltre, è molto diffuso il sottogenere della Vanitas: i dipinti diventano un modo per ricordare all’osservatore che la vita è breve e che ricchezza, bellezza e potere sono illusioni destinate a dissolversi. Teschi, clessidre, candele consumate, fiori appassiti raccontano un messaggio severo, ma estremamente umano, sulla caducità della vita e sul senso dell’esistenza.
Un livello più elevato della Vanitas viene raggiunto da Antonio de Pereda, pittore spagnolo che dipinge composizioni ricche e complesse: gioielli, armi, libri, denaro rappresentano le tentazioni e le ambizioni dell’uomo. Ma accanto a questi compaiono teschi, clessidre e immagini del Giudizio Universale, che ricordano la fragilità di ogni conquista terrena. Nel celebre Sogno del Cavaliere, un giovane addormentato sogna gloria e ricchezze, mentre la pittura gli sussurra che tutto ciò che desidera è destinato a svanire.


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