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Mario Nigro, il farmacista che divenne pittore

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Lo scorso anno a Palazzo Reale e al Museo del Novecento a Milano è stata allestita una doppia mostra su Mario Nigro, un pittore italiano considerato parte della corrente artistica dell’Astrattismo geometrico. Ne ha parlato Carlo Madesani su ArtsLife.

Ma chi era Mario Nigro?

Immaginate di essere nati a Pistoia nel 1917, trasferirsi poi a Livorno (nel 1929), di conferire due lauree negli anni ’40, una in Chimica (1941) e l’altra in Farmacia (1947), di essere predisposti all’arte della musica, studiare violino e pianoforte, giocare a calcio, a rugby ed a hockey su prato, di avere una vocazione irrefrenabile per la pittura, la pittura astratta, geometrica, ed avere la necessità di allontanarsi dall’ambiente, un poco provinciale, seppur genuino ma non meno feroce e competitivo, dei pittori figurativi, en plein air, che si dilettano a dipingere con attitudine e una certa professionalità, sulle rive della Costa degli Etruschi, con intorno gli ammiratori incuriositi a contemplare la bellezza della pittura e la somiglianza del paesaggio.

Mario Nigro si trasferì quindi a Milano:

Qui apre lo Studio in Via Brera al civico 23, proprio di fronte al bar Jamaica dove entra in contatto con gli artisti che frequentavano il locale, ormai diventato il loro comune salotto di incontri, dove incontrarsi e misurarsi con i colleghi, in cerca di una propria identità, e relazionare la propria arte con quella emergente e prorompente, seppur ancora prematura ed indefinita, di quell’epoca.

Uomo timido e insicuro, era schivo e taciturno:

Secondo quanto scrive il figlio Gianni, la sua poca sicurezza “derivava da un’infanzia difficile, ma non in senso economico. Aveva, fin dalla nascita, un difetto alla voce, e la famiglia, che sentiva l’accaduto quasi come una colpa, tendeva a rendergli il difetto ancora più pesante.” Schernito anche dai coetanei e dai compagni di scuola ha vissuto cercando di sopravvivere a questa malformazione che lo faceva sentire in una condizione di forte disagio. In seguito poi, figuriamoci nel confronto per la sua pittura astratta ed informale così lontana ed indecifrabile da quella rassicurante, figurativa e paesaggistica. Dichiara sempre il figlio Gianni che il padre per reazione “sviluppò una grinta geniale che lo spinse alla fame del sapere, alla sete del fare… e convinto di non potersi esprimere pienamente con una voce distorta dalla malformazione del palato, cercò con ansia, con rabbia, nuove forme di comunicazione, finché, dapprima goffamente, poi con sempre più illuminata limpidezza, provò, proprio con la pittura, a trasmettere il suo sentire”.

Si fece largo nell’ambiente artistico solo perché questo era l’unico mezzo per continuare a dipingere:

Poco o per nulla incline alle dinamiche di mercato, Mario Nigro amava ripetere che del successo non gliene importava assolutamente nulla. La fama gli era del tutto indifferente e la usava strumentalmente per poter continuare a dipingere liberamente, incondizionatamente. Era costretto, così diceva, a cercare di fare le mostre, di essere notato dalla critica, a sforzarsi per ottenere di essere invitato alle manifestazioni pubbliche importanti come la Biennale, perché solo in tal modo gli era possibile vendere qualche quadro e quindi riuscire a dedicarsi anima e corpo al dipingere. Insomma, per poter fare il pittore, come diceva lui, era necessario essere qualcuno, avere un nome, farsi largo nell’ambiente.

Klaus Wolbert per FlashArt aveva descritto in un lungo articolo il lavoro di Nigro:

La rigorosa precisione del pensiero creativo e l’intransigente ricerca di un ordine logico e sistematico sono le qualità che hanno contraddistinto nei suoi principi fondamentali la produzione artistica di Mario Nigro. Risoluto e introverso come lo furono pochi pittori del dopoguerra, Mario Nigro appartiene a quel gruppo di intellettuali radicali che in Europa e negli Stati Uniti ricercarono l’assoluto e si proposero di raggiungere una definitiva autonomia dei mezzi espressivi, riconducendo strutture e forme estetiche del quadro a regole fondamentali.

Wolbert si sofferma sull’amore per la musica del pittore toscano:

Mario Nigro ha in comune con gli altri esponenti dell’Astrattismo anche l’amore per la musica. Come Fausto Melotti era uno strumentista di talento. Per questi artisti, come per Vassilij Kandinskij e Paul Klee, la musica rappresenta il modello di un’arte con leggi, qualità espressive e sfere d’azione autonome. Secondo Mario Nigro le arti figurative, e in particolare la pittura, dovevano essere intese, analogamente alla musica, come forme libere di espressione. Occorreva che la pittura avesse “la propria giustificazione nel segno, così come la musica ha la propria giustificazione nella sequenza di note, nella simultaneità, nel contrappunto e nel costrutto musicale.” Molti titoli delle sue opere, in cui utilizza i concetti di ritmo e fuga o ricorre a nomi di compositori come Schumann e Wagner, testimoniano infatti l’intimo rapporto che intercorre fra le sue invenzioni pittoriche e le strutture musicali.


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