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Scientists Clash over whether Polar Geoengineering Is a Dangerous Gamble (EN)

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Un articolo pubblicato su Scientific American descrive il dibattito interno alla comunità scientifica riguardo alla geoingegneria polare. Le regioni artiche e antartiche si stanno riscaldando molto più rapidamente (fino a quattro volte di più) del resto del pianeta, e ciò sta portando al continuo assottigliamento delle calotte. Si stima che già nel prossimo decennio il ghiaccio marino artico estivo sparirà quasi del tutto, e che il livello dei mari potrebbe innalzarsi fino a 1,9 metri in più entro il 2100.

Di fronte a questa prospettiva, il mondo scientifico si divide tra chi considera le tecniche di geoingegneria un rischio enorme e chi invece le percepisce come un tentativo necessario per evitare scenari irreversibili. Si tratta di strategie molto varie, come pompare acqua marina sulla superficie della banchisa per ispessirla, iniettare aerosol nella stratosfera per riflettere parte della radiazione solare, installare barriere sottomarine per deviare flussi di acqua calda, estrarre l’acqua di fusione da sotto i ghiacciai per rallentarne lo scorrimento, e disperdere del ferro nell’oceano per amplificare la cattura biologica del carbonio. Più di quaranta glaciologi sostengono che tali tecniche siano inefficaci su scala globale, e anzi potenzialmente dannose per gli ecosistemi polari. Le tecniche analizzate potrebbero causare effetti collaterali imprevedibili sul clima, sulle correnti oceaniche e persino sull’ozono. Inoltre, c’è il timore che si crei un “rischio morale“, ossia che la possibilità di mitigare gli effetti del cambiamento climatico faccia perdere la motivazione a ridurre le emissioni.

Sul fronte opposto, alcuni ricercatori ritengono che non fare nulla sia comunque più pericoloso che tentare di fare qualcosa, in un contesto in cui il sistema climatico si avvicina a un punto di non ritorno. Alcuni ricercatori affermano di non potersi limitare a documentare lo scioglimento dei ghiacci, ma di dover tentare di fermarlo. Il loro approccio considera la geoingegneria non come una sostituta della mitigazione, ma come una possibile “assicurazione” nel caso in cui l’umanità non riesca a frenare l’aumento delle temperature in tempo.

At the conference at the University of Cambridge earlier this summer, Gareth Davies of Free University Amsterdam argued that reactions to geoengineering are driven by personal worldviews—about whether and how much humans should intervene in nature or whether geoengineering could prop up systems that have damaged the planet. Because these opponents will never agree with geoengineering supporters like himself, Davies says, the only response is for each side to try to understand the other’s fears. “But the only way we can do that,” he said, “is to have public debate.”

 


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