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The Myth of Blubber Town, an Arctic Metropolis

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Forse avrete sentito storie di una grande città fondata solo per la caccia alla balena vicino al Circolo Polare Artico, e se avete visto il film “Klaus” vi potrete ricordare che si svolge nella remota e ghiacciata “Smeerenburg”. Un articolo di Public Domain Review (riassunto in italiano da Linkiesta) spiega cosa c’è di vero.

Nel 1597 l’esploratore Willem Barentsz, mentre cercava di circumnavigare l’Asia da nord per raggiungere la Cina, scoprì le isole Svalbard: un posto freddo e desolato, ma dove abbondavano le balene. All’epoca la pesca di questi animali, da cui si ricavavano olio per lampade e stecche per abiti, era un affare lucroso, e non ci volle molto perché i mercanti dei Paesi Bassi approfittassero di questa scoperta. Ogni estate le baleniere affrontavano un viaggio di tre settimane per arrivare in queste isole artiche, da cui ripartivano all’apparire dei primi ghiacci. Le balene (in particolare le balene franche) venivano arpionate e trascinate a riva, dove i marinai ne tagliavano le carcasse e ne estraevano il grasso, che veniva poi fuso in appositi forni. A partire dal 1619 i Neerlandesi costruirono degli insediamenti stabili, in modo da non dover smontare e rimontare tutto ogni anno: era nata Smeerenburg (letteralmente, “il villaggio del grasso di balena”).

Il villaggio durò solo qualche decennio: già negli anni ’60 del secolo le balene si allontanarono dall’arcipelago, e i balenieri dovettero riprendere a lavorare le carcasse in mare, dove il processo era più difficile e i costi più alti. Nel frattempo, le storie su Smeerenburg cominciarono a circolare: l’insediamento veniva descritta come popolato da migliaia di persone, piena di negozi, officine, panetterie, perfino chiese e bordelli. La realtà era molto più prosaica: Smeerenburg non ebbe mai più di 200 abitanti per volta, tutti marinai impegnati in un lavoro faticoso e puzzolente, e ansiosi di partire via. Il mito della città dei balenieri, per certi versi, è una di quelle dicerie che accumulano elementi man mano che vengono ripetute. Inoltre probabilmente gli scrittori dell’Otto e Novecento, abituati a un’industria baleniera ben più massiccia, proiettarono quelle dimensioni su un passato in cui le navi si contavano a decine, non centinaia. Dal punto di vista dei marinai delle baleniere, costretti a lavorare per mesi in spazi ristretti e malsani, è invece facile capire perché si potesse diffondere il mito di una città dove potevano dormire in un letto vero e mangiare pane fresco. Di questo mito rimangono ora solo delle rovine:

Surrounded by steep mountains, glacier walls, and deep fjords, Smeerenburg is now a popular stop for Arctic cruises. In 1973 its ruins became part of Norway’s Nordvest-Spitsbergen national park. Visitors are warned against walruses and then invited to wonder at the brick foundations of the tryworks. They can gape at the so-called “blubber cement” that still outlines the place where enormous cooking vessels once stood. The result of mixed whale oil, sand, and gravel, the asphalt-like substance is the most tangible remnant of Blubber Town. Otherwise, the busy streets, warm bread, and welcoming women populating Smeerenburg must continue to exist in our collective imagination.

 


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