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La sezione italiana della Friedrich Ebert Stiftung, una fondazione legata alla SPD tedesca, ha rilasciato un rapporto sulle disuguaglianze territoriali in Italia. Lo studio si basa su molti indicatori diversi, e accanto a indici più “tradizionali”, come il tasso di disoccupazione o il reddito medio lordo, vengono conteggiati, fra gli altri, anche la percentuale di NEET (giovani che non studiano nè lavorano), il divario retributivo di genere, la percentuale di affluenza alle urne e la diffusione di connessioni a banda larga. Inoltre, è stato misurato anche il bilancio migratorio interno, che indica dove gli Italiani stessi preferiscono andare a vivere, e la percentuale di impiegati in settori ad alta tecnologia, che hanno maggiori prospettive di sviluppo (mentre, al contrario, un alto tasso di impiegati nell’agricoltura e nel turismo suggerisce la dipendenza da lavori a basso reddito e soggetti a una domanda fluttuante).

I risultati sono stati riassunti su “Il Riformista”, e sono stati discussi, sulla pagina Facebook della fondazione, dall’ex-ministro Provenzano e da Sabina De Luca, del Forum Disuguaglianze e Diversità. Come prevedibile, c’è un marcato divario fra il nord (con l’eccezione della provincia di Imperia) e il sud. Per quanto riguarda il Mezzogiorno, il rapporto individua tre aree molto diverse: l’area appenninica (gli Abruzzi e le province di Benevento, Avellino e Potenza), insieme al barese e al cagliaritano, rappresentano in realtà una regione-ponte rispetto al resto d’Italia. Poco più sotto si collocano il resto della Sardegna e le province di Messina, Lecce e Salerno. I risultati peggiori riguardano solo il resto del Sud, che però comprende la maggior parte della popolazione, e comprende le due principali aree urbane di Napoli e Palermo. E’ evidente, quindi, che qualunque intervento sul Mezzogiorno non possa prescindere da questa sua disomogeneità interna.


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