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Il potere delle scarpe

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Bianca Terracciano, a seguito delle battute sulla scelta di Trump di regalare scarpe della sua marca preferita agli uomini del suo entourage (senza badare a cose triviali come “il numero di scarpa che la persona utilizza”),  scrive un interessante disamina sul valore simbolico della calzatura nella moda come nella società. Lo fa con un articolo su Doppiozero.

Il piede è il punto più basso del corpo, ma raramente è neutro, poiché nella sua copertura si deposita una grammatica dell’aggressione, del controllo e dell’appartenenza. Perché il passo della politica globale non è aggraziato, ma calciante.

L’articolo esplora il potere simbolico, politico e sociale delle scarpe, mostrando come ciò che indossiamo ai piedi non sia mai neutro: le calzature esprimono aggressività, controllo, appartenenza, status e ideologia. Attraverso esempi storici e culturali, Terracciano mostra che le scarpe sono un vero e proprio codice di potere, capace di raccontare la mentalità dei sovrani di ieri e dei “nuovi re” globali di oggi.

Il termine calzatura deriva dal latino calx (calcis) “calcagno”, e coprire il punto più basso del corpo ha da sempre molti significati: modi di dire come “azzannare le calcagna”, “stare alla calcagna”, “mostrare le calcagna” evocano attacco, fuga, tallonamento. Anche il camminare può diventare un atto di dominio, se lo si fa “calpestando” qualcuno, come i guerrieri dell’Antico Egitto, che si dipingevano le effigi dei nemici prigionieri sulle suole dei calzari. O le poulaine, scarpe con la punta lunghissima in voga fra il medioevo ed il Rinascimento: più la punta era lunga, più il portatore era di stato sociale elevato.

La lunghezza, però, doveva essere proporzionale allo status sociale, tanto che Filippo IV di Francia ed Edoardo III d’Inghilterra stabiliscono misure specifiche per nobiltà, borghesia e popolo, ovviamente con punte più lunghe per la prima e più corte per l’ultimo.

Furono vietate da Carlo VIII, che non poteva indossarle a causa della conformazione del suo piede…

Durante la Rivoluzione francese anche le scarpe diventarono un manifesto politico, come dimostrato dall’abitudine dei muscadins, giovani controrivoluzionari, di indossare scarpe particolarmente riconoscibili per distinguersi dalle loro controparti favorevoli alla rivoluzione.

Terracciano quindi collega la simbologia delle scarpe ai leader contemporanei, caratterizzati da un atteggiamento sovranista, belligerante o, semplicemente, tracotante, facendo come esempio quello del presidente Trump che ha regalato a JD Vance, Marco Rubio, Sean Duffy, Pete Hegseth e altri eletti delle scarpe Oxford del brand Florsheim, fallendo miseramente nell’indovinare il numero di scarpe dei suoi affiliati.

Il movimento “No Kings”, attivo in varie città, denuncia proprio questa retorica del potere. Le scarpe diventano così un emblema del dress code dei potenti, un segno che comunica forza, dominio, identità politica.

La scarpa non è mai una parte neutra dell’abbigliamento, dice Terracciano, ma esprime il pensiero di chi la indossa in maniera sottile.

E non sarebbe male, ogni tanto, fare come cantavano i Depeche Mode nell’ormai lontano 1993: provare a vedere se cambia la percezione del mondo “If you try walking in my shoes“.


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