Paolo Attivissimo pubblica sul suo sito un suo podcast trasmesso dalla radio della svizzera italiana su un argomento quasi ignoto: chi e come addestra le intelligenze artificiali a riconoscere le immagini?
Nel suo podcast Attivissimo denuncia la realtà nascosta dietro l’intelligenza artificiale: il lavoro massacrante, sottopagato e psicologicamente devastante dei data labeler, soprattutto nei Paesi africani.
Le IA “imparano” (per così dire) a riconoscere gli oggetti del mondo reale perché qualcuno fornisce loro un numero enorme di immagini accuratamente etichettate: questo è un gattino accucciato su un ramo di un albero, questo è un semaforo stradale che segna rosso per i pedoni, queste sono persone in costume da bagno che mangiano un gelato, e così via.
Le IA non “capiscono” il mondo: imparano solo grazie a milioni di immagini etichettate a mano. Ogni possibile variazione di un oggetto o di una persona deve essere mostrata e descritta da esseri umani. l’articolo sottolinea che «un’etichettatura imprecisa o incompleta può avere conseguenze reali terribili» — per esempio nelle auto autonome, dove un errore può costare vite umane.
A differenza degli esseri umani, le intelligenze artificiali hanno bisogno di moltissimi esempi prima di riuscire a generalizzare un concetto di oggetto… Tutto questo lavoro meticoloso di etichettatura deve essere svolto da esseri umani. Non può essere delegato a un’intelligenza artificiale se non in piccolissima parte…
A questo lavoro si aggiunge quello, ancora più pesante, della moderazione dei contenuti dei social network. Ogni giorno, milioni di immagini violente, scioccanti o illegali vengono segnalate e devono essere valutate da esseri umani. Non basta un’occhiata: i moderatori devono guardare tutto, descrivere tutto, analizzare tutto. Il documento racconta la storia di Mercy, moderatrice per Meta a Nairobi, che durante un turno di dieci ore si è trovata davanti il video dell’incidente in cui era morto suo nonno. Dopo una breve pausa concessa per avvisare la famiglia, le è stato chiesto di continuare il turno. E altri video dello stesso incidente sono comparsi sul suo schermo.
Come Mercy, migliaia di lavoratori in Africa e in altri Paesi sono esposti quotidianamente a contenuti estremi: suicidi, torture, abusi, incidenti. Il loro ambiente di lavoro è rigidamente sorvegliato da software che registrano ogni clic, ogni pausa, ogni esitazione. Le conseguenze psicologiche sono devastanti: disturbi post-traumatici, desensibilizzazione, difficoltà nella vita privata.
Dietro la magia dell’intelligenza artificiale c’è insomma la sofferenza di chi deve ripulire la fogna della morbosità umana…
Attivissimo, inoltre, parla anche di un altro aspetto poco noto: molte aziende che dichiarano di avere prodotti basati su IA, in realtà si appoggiano a operatori umani che fingono di essere l’IA. È successo con assistenti personali come X.ai o Clara; succede oggi con i robotaxi Tesla, che possono essere controllati da operatori remoti quando il software non sa come procedere; succede con Waymo e Zoox, che impiegano assistenti nelle Filippine per guidare le decisioni dei veicoli. E succede con gli occhiali smart di Meta, dove operatori umani vedono e etichettano le immagini riprese dagli utenti, che credono invece di interagire con un sistema completamente automatizzato.
In questo contesto è nata la Data Labelers Association, fondata da Michael Geoffrey Asia, ex data labeler. L’associazione cerca di dare voce a lavoratori sottopagati, privi di supporto psicologico e vincolati da NDA che impediscono loro di raccontare ciò che vedono. Un’inchiesta di 404media ha evidenziato come questi lavoratori siano essenziali per i prodotti delle big tech, ma non abbiano beneficiato in alcun modo dei profitti enormi generati dall’IA.
La riflessione finale è molto pesante: l’intelligenza artificiale non è una tecnologia immateriale nata nelle torri di vetro della Silicon Valley. È una tecnologia estrattiva, che si regge sulla fatica e sulla sofferenza di lavoratori invisibili. Come dice Asia:
“L’IA non può essere senza gli esseri umani. Non è intelligenza artificiale: è intelligenza africana.”


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