Un articolo del 2006 descrive la figura di Navanethem (“Navi”) Pillay, che vent’anni dopo, la settimana scorsa, avrebbe ottenuto il Premio Nobel per la Pace.
Pillay appartiene alla minoranza indiana del Sud Africa, ed è nata a Durban nel 1941: il padre era un autista di autobus e la madre una casalinga. Crebbe nel periodo di consolidamento dell’apartheid, ma riuscì lo stesso a studiare legge, e fu la prima donna non bianca nel Natal ad aprire il suo studio legale. Fornì assistenza a vari attivisti contro l’apartheid (incluso il marito), e negli anni ’80 andò a Harvard dove ottenne un dottorato in legge.
La sua carriera cambiò pochi anni dopo, quando l’apartheid fu abolito, il genocidio dei Tutsi in Ruanda spinse la comunità internazionale a creare un tribunale apposito per perseguirlo, e il Sud Africa, che aveva appena normalizzato le sue relazioni diplomatiche con gli altri paesi africani, la propose come membro del tribunale, basato ad Arusha in Tanzania. Pillay fu attiva in particolare nel primo processo del tribunale, contro Jean-Paul Akayesu, un sindaco ruandese che aveva promosso lo sterminio dei Tutsi nel proprio comune. In particolare, il tribunale stabilì che lo stupro era definibile come parte di un genocidio e crimine contro l’umanità quando, come nel caso in questione, era stato diretto contro le donne di uno specifico gruppo etnico. Questo principio fu in seguito adottato anche dal Tribunale Internazionale per i Crimini nell’ex-Yugoslavia, e dalla Corte Criminale Internazionale. Sul processo Akayesu esiste anche un documentario.
Pillay fu in seguito la seconda presidente della corte (ruolo nel quale, oltre che affrontare delicati problemi politici, si trovò anche a risolvere questioni molto più mondane come non far rimandare le udienze a causa della mancanza di inchiostro nelle stampanti o della scarsità di interpreti…). In seguito ha lavorato come Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, membro della Corte Internazionale di Giustizia per il Myanmar, e presidente della Commissione d’Inchiesta ONU sulla Palestina.
Pillay knows the Rwanda tribunal has its flaws and its critics. Many complain that its remove from most Rwandans diminishes the impact of its sentences on their lives. She appreciates the need for healing and is interested in the Rwandan gacaca courts, in which lesser crimes are tried by the community, and apology and reparations lead to a lightened sentence.
But Pillay believes that what the tribunal has achieved–jailing and trying the “big fish,” high-level Hutus deemed responsible for the genocide–has been crucial for Rwanda and could not have been accomplished in-country. After the genocide, Rwanda didn’t have the resources and, she says, couldn’t have obtained the suspects arrested in 24 countries around the world. “Other governments would not have transferred them because of [Rwanda’s] death penalty and political tensions,” she explained.
Other countries’ cooperation is in itself a breakthrough, Pillay adds. “Before, leading criminals in Africa always had refuge.” The tribunal’s biggest achievement, she said, is “showing that international criminal justice is possible…. It was just a concept and an idea, and we turned it into a reality”–the sort of thing Pillay might have dreamed of more than 40 years ago as she read through the Nuremberg Trial transcripts.


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