Qualche giorno fa ho espresso l’opinione controversa che “I francesi dell’Ottocento sono tutti noiosissimi”. Sento la necessità di fare un grosso mea culpa, quindi questo mese parliamo di Letteratura francese dell’Ottocento.
Comincerei con Alexandre Dumas, il padre dell’avventura a puntate (aka feuilleton, anche se non è stato il primo a scriverli).
La sua opera più celebre è quasi sicuramente Il Conte di Montecristo, la storia della vendetta di Edmond Dantés dopo essere stato ingiustamente carcerato; il classico libro che mentre lo leggi ti domandi come accidenti faceva la gente ad aspettare la puntata successiva ma anche ma seriamente un francese del 1844 aveva tutta ‘sta voglia di sentirsi raccontare questi intrighi da soap opera? e che però quando lo si porta a termine lascia quel senso di insoddisfazione perché si vorrebbe proseguire a leggere le avventure dell’intrapredente marsigliese.
Altrettanto nota è la saga dei Tre Moschettieri, più romanzo “di cappa e spada” (se non ha dato origine lui al genere poco ci manca) e col pregio di essere più corto. Se poi uno si fosse appassionato alle avventure di D’Artagnan e dei suoi compari, ci sono due seguiti: Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne.
Restando in ambito “romanzo storico” passiamo quindi a Victor Hugo (per chi se lo chiedesse no, non è lui l’Hugo del celebre premio di fantascienza), anche se nei suoi romanzi c’è meno avventura e più critica sociale su storia drammatica.
Con Notre-Dame de Paris, scritto nel 1831 e ambientato dentro e fuori e sopra e sotto la Cattedrale di Parigi, l’autore usa usa il romanzo gotico (l’ispirazione da Sir Walter Scott è palese) per parlare del peso del passato e della fragilità delle architetture, e la sua descrizione di Parigi è una delle più affascinanti descrizioni di città della letteratura. Bello, ci mancherebbe, ma ogni tanto la domanda finirà mai questo strazio sorgeva spontanea.
L’altro suo celeberrimo romanzo è I miserabili: il quale parte con un intero libro di prefazione sul Vescovo – personaggio che compare sì e no per 10 pagine durante le quali “si limita” a ridare dignità a Jean Valjan – e presenta tutta una serie di lunghissime ed interminabili digressioni – celebri quelle sulle fogne di Parigi e sull’argot dei criminali parigini – che portano il lettore a domandarsi Ma chi me l’ha fatto fare? salvo poi concluderlo e sentirsi decisamente soddisfatto.
Torniamo a parlare di avventure, o meglio di futuro che sembra un’avventura con Jules Verne, lo scrittore che ha ispirato Doc Brown a costruire la Macchina del Tempo. Non è facile scegliere solo due titoli, perché di lui ho letto parecchi romanzi e tutti hanno un posto nel mio cuore ma per semplicità ho selezionato quelli che penso siano i più noti.
Ventimila leghe sotto i mari è la storia del Capitano Nemo e del suo fantascientifico sottomarino Nautilus in un viaggio attorno al mondo. Scritto prima che esistessero per davvero i sottomarini (e ancora non ce ne sono con biblioteche di quelle dimensioni), il romanzo è il secondo di una trilogia che comincia con I figli del Capitano Grant e si conclude con L’isola misterosa (entrambi meno appassionanti di questo, devo ammettere a malincuore).
Il giro del mondo in 80 giorni è invece un’avventurosa scommessa fatta da un gentiluomo inglese sulla possibilità tecnica di completare il giro del mondo in, appunto, 80 giorni. Fra treni non ancora inagurati, piroscafi dirottati, assalti indiani e poliziotti determinati ad arrestare un colpevole a tutti i costi è sicuramente un romanzo in cui ci si annoia poco. Tranne forse nelle parti che formalmente sono da considerarsi romantiche, quelle a Verne non sono mai riuscite bene.
Torniamo coi piedi per terra nel realismo crudo e senza pietà di Gustave Flaubert.
Su Madame Bovary c’è poco da dire: Emma sposa un medico di provincia gentile e noioso, e si convince che la vita debba somigliare ai romanzi che legge. Il risultato è un’escalation di amanti, debiti e illusioni che finisce come era facile prevedere. Leggenda vuole che Flaubert abbia voluto sperimentare i primi sintomi dell’avvelenamento da arsenico nella sua maniacalità di raccontare i fatti in maniera asettica e il più realistica possibile. Anna Karenina è decisamente più allegro.
L’altra opera celebre di questo autore è L’educazione sentimentale (che, come si dice a Roma, a I dolori del giovane Werther je spiccia casa): la storia di un amore irrealizzabile nella Parigi del 1848, dove la rivoluzione passa sotto le finestre mentre il protagonista è impegnato a non fare niente di concreto. Romanzo poco apprezzato dai contemporanei e riscoperto solo nel XX secolo per “merito” di Proust (il che la dice lunga).
Concludiamo con un altro grandissimo nome del naturalismo francese: Émile Zola.
Germinale è sicuramente una delle sue opere più note, raccontando le vicende di una comunità di minatori del nord della Francia nella loro quotidiantià fatta di miseria e depressione. Tra scioperi e disastri minerari, il romanzo è un pugno nello stomaco che non si limita a commuovere: vuole far arrabbiare. Un classico che regge bene l’urto del tempo, purtroppo. Un po’ come Furore.
Di Zola ho letto anche – per colpa della scuola, di certo non è un autore che mi ha mai attratto – Teresa Raquin. La protagonista è una giovane ragazza che vive in una bottega parigina sotto il controllo di sua zia e che finisce per sposare il cugino Camillo, sempre malaticcio. Finché non appare Lorenzo, pittore amico di Camillo che pian piano diventa amante di Teresa. Come da copione, seguirà un piano omicida e poi una spirale di violenza e di paranoia che culmina in un femminicidio (qui sì il termine viene usato a proposito). Leggere la cronaca nera mette meno brividi, davvero.


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