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Afghanistan: il nuovo codice penale.

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Inside Over descrive il nuovo codice penale afghano, che fra le altre cose sembra reinstaurare la schiavitù. Il testo fa riferimento più volte alla distinzione fra liberi e schiavi, presente nei testi giuridici utilizzati dal legislatore talebano. Oltre a questo, il codice formalizza il principio che i crimini vadano puniti in maniera diversa a seconda della classe sociale del colpevole: il testo prevede quattro categorie, dagli studiosi del Corano alle classi basse, e i primi subiscono pene molto più lievi degli ultimi. Ovviamente anche la condizione della donna peggiora: lasciare la casa del marito senza il suo consenso, anche solo per visitare i parenti, viene punito con tre mesi di carcere, e in tutto il testo l’unica volta che le donne sono nominate in maniera uguale agli uomini è per il divieto di ballare (esteso a entrambi i sessi). In generale il codice accentra in maniera significativa il potere della Guida Suprema Hibatullah Akhundzada, che può esercitare la sua autorità in maniera discrezionale, senza il bilanciamento di altre istituzioni.

Se a colpire, per ovvi motivi, è la comparsa del termine schiavitù, il resto del quadro non è comunque meno gravido di problemi:  il nuovo codice penale spazza via principi come la presunzione di innocenza, il diritto alla difesa, il divieto di detenzione arbitraria e di tortura. Consegna di fatto ai giudici un potere quasi illimitato, dove le valutazioni religiose scavalcano gli obblighi procedurali. Si rafforza così una traiettoria precisa: l’idea di un ordine che legifera partendo dall’assunto che la dignità umana non sia un diritto innato ma piuttosto una condizione concessa.


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