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Altri Orienti – focus Birmania

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Altri Orienti dedica una puntata alle elezioni, su tre turni, che si stanno svolgendo in Birmania/Myanmar. Si tratta, ovviamente, di elezioni pilotate: vi hanno potuto partecipare solo le liste autorizzate dalla giunta militare al potere, che inoltre ha vari modi per manipolare il voto.

Lo scopo è ottenere un minimo di legittimità internazionale per il governo, attualmente alle prese con una violenta guerra civile, e si tratta di una strategia caldeggiata dal suo grande alleato, il governo cinese. Il ruolo di Pechino è però molto ambiguo. In realtà la Cina, che confina con molte zone del paese controllate dai ribelli, ha stretti rapporti anche con questi ultimi: ditte cinesi estraggono minerali nelle aree ribelli, li trasportano attraverso le infrastrutture controllate del governo, e sia il governo sia i ribelli usano i diritti che riscuotono su questo commercio per comprare le armi con cui combattersi a vicenda. Alla Cina basta che la Birmania sia abbastanza stabile da consentire le comunicazioni fra le proprie province interne e il Golfo del Bengala, e anzi, la guerra civile può rendere la giunta più accomodante su altre questioni: per esempio, è stato finalmente autorizzata la costruzione di una controversa diga sull’Irrawaddy (il fiume più importante del paese), che Pechino richiedeva da vent’anni.

Gli altri paesi svolgono un ruolo minore nel dramma birmano. La giunta militare cerca di appoggiarsi alla Russia, per controbilanciare il rapporto con la Cina, mentre l’ASEAN è divisa sul da farsi, e molti dei suoi membri sono inclini a collaborare con il governo militare. Gli USA hanno tagliato i fondi alle emittenti dell’opposizione (un gesto per cui il governo birmano ha personalmente ringraziato Trump), anche gli altri governi occidentali si muovono in quella direzione, e il paese sembra indirizzato verso una continuazione a oltranza della guerra civile.


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