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Il collo di bottiglia

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In un lungo articolo pubblicato su Jacobin Italia, il sociologo Lorenzo Zamponi riflette sul precariato nelle università discutendo le nuove norme sui contratti e sui finanziamenti relativi allo stesso settore – migliorative, ma solo in parte, secondo l’autore – entrate in vigore il 1° luglio scorso.

Entra in vigore la riforma del precariato universitario. Ma senza finanziamenti e fondi per la ricerca ogni buona intenzione è destinata a naufragare.

L’insieme di norme approvate dalla Camera nei giorni scorsi ed entrate in vigore il 1 luglio sono da considerarsi  migliorative delle condizioni di lavoro di migliaia di ricercatori e ricercatrici senza però risolvere uno dei loro problemi maggiori: la precarietà.

La trasformazione dell’assegno di ricerca in un vero contratto e l’ampliamento della tenure-track a tutti i ricercatori a tempo determinato sono sicuramente passaggi positivi. A fare la differenza, però, sarebbero congrui investimenti nel reclutamento. Il precariato si accorcia e assume forme dignitose, ma resta la norma, in un’università che sta lentamente provando a ripartire, grazie alle pur limitate risorse stanziate negli ultimi anni, sulle macerie lasciate dal decennio post-Gelmini. Nel frattempo, a valle della riforma, si apre l’assalto alla diligenza, tra docenti che piangono il morto per non avere più a disposizione manodopera a bassissimo costo, e un governo che non accenna a voler aumentare i fondi, ma anzi, surrettiziamente, li taglia. Eppure non dovremmo essere costretti a scegliere tra contratti dignitosi e la possibilità di avere un posto di lavoro: l’università italiana, tuttora sottodimensionata rispetto al resto d’Europa, potrebbe tranquillamente essere potenziata, crescere, diventare una forza decisiva all’interno della nostra società, di fronte a sfide come la pandemia e il cambiamento climatico.

Secondo Zamponi il precariato universitario ha radici nella riforma Gelmini ed è stato al centro di moltissime rivendicazioni nel corso degli anni.

Un intervento sul cosiddetto «pre-ruolo», cioè la giungla di contratti precari con cui è regolato il lavoro della ricerca universitaria, è al centro delle rivendicazioni di sindacati e movimenti da almeno un decennio, per tappare almeno alcune delle falle gigantesche aperte dall’offensiva dell’allora ministra berlusconiana Mariastella Gelmini tra il 2008 e il 2010.

La ministra dell’università Maria Cristina Messa, ex rettrice dell’Università di Milano-Bicocca, ha elaborato una serie di proposte che sono state trasformate dal senatore Pd Francesco Verducci in emendamenti  alla legge di conversione di un decreto legato al Pnrr, rapidamente approvati da Senato e Camera.

La riforma del pre-ruolo, o, in termini più onesti, la riforma del precariato universitario, contenuta in questi 24 commi, raccoglie molte delle idee e delle rivendicazioni emerse dal basso in questi anni, seppur non cambiando l’impianto generale dell’università post-Gelmini. I punti centrali sono sostanzialmente quattro, tutti generalmente migliorativi rispetto al presente, anche se, come vedremo, non mancano i rischi e le questioni aperte.


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