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Mussolini and the Jews: How a small group become the national enemy and what it tells us.

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Il giornalista britannico David Aaronovitch pubblica nel suo Substack un articolo in cui racconta ai suoi lettori di lingua inglese l’evoluzione dei rapporti tra gli ebrei italiani e la società in cui vivevano ai tempi del fascismo. Le sue riflessioni sono motivate dalle notizie dei recenti incidenti razziali nel Regno Unito e da un viaggio a Ferrara, dove viveva una consistente comunità ebraica.

La domanda che l’autore si pone all’inizio dell’articolo è semplice: come è potuto accadere che gli ebrei, infima minoranza rispetto alla popolazione generale dell’epoca, completamente assimilata e ben inserita nella società, potessero essere visti come un pericolo?

La storia viene fatta risalire a Mussolini, che già nei primi anni di attività politica esprimeva aperti dubbi sulla lealtà degli ebrei verso gli obiettivi comuni della società italiana. Ma il salto di qualità verso un atteggiamento apertamente razzista viene fatto risalire alla formazione dell’impero coloniale italiano in Africa, quando la politica nelle colonie divenne formalmente razzista, con  leggi che vietavano matrimoni e concubinati tra la pura, dominatrice  razza italica e la razza inferiore dei paesi africani, e negavano la cittadinanza agli eventuali figli di quelle unioni.

A questo punto gli ebrei, che evidentemente non facevano parte della vera razza italiana, potevano essere considerati solo come una razza inferiore a quella dei dominatori. Il Manifesto della razza è del 1938, seguito subito dopo da un Regio Decreto che definiva chi poteva essere considerato ebreo e chi ariano, e poi da altri provvedimenti che escludevano la “razza ebraica” da specifiche istituzioni, occupazioni e ambienti.


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