In una video-intervista a cura di Double Down News, e pubblicata sul canale Youtube Michigan Coalition Against Genocide, Stephen Kapos, sopravvissuto all’Olocausto, paragona il genocidio di Gaza all’Olocausto.
La figura di Stephen Kapos, nato a Budapest dopo la prima guerra mondiale, sopravvissuto all’Olocauso e rifugiato in Gran Bretagna, è descritta in un articolo dal titolo Stephen Kapos – how to be a mensch through turbulent times pubblicato sul giornale online Jewish voice for Liberation da un originale pubblicato sul sito Counterfire.
[Nota: il termine mensch in tedesco significa “uomo, persona”, ma nella lingua Yiddish e nell’inglese-americano indica una persona onorevole e di carattere nobile; il termine viene usato come un grande complimento per chi è ritenuto avere grande dignità, senso di giustizia e di responsabilità]La storia di Kapos inizia nella Budapest degli anni ’30, in una famiglia ebrea laica che vive sotto un regime autoritario già segnato da leggi antisemite. Quando i nazisti occupano l’Ungheria nel 1944, la situazione precipita: deportazioni, violenze, fame. Kapos, ancora bambino, viene nascosto e protetto da un gruppo di pastori protestanti che riescono a salvare centinaia di bambini ebrei. È un periodo di paura costante, ma anche di gesti di coraggio che gli rimarranno impressi per tutta la vita.
Dopo la guerra, la sua famiglia abbraccia il comunismo, visto come la forza che ha sconfitto il fascismo. Per un po’ sembra che il Paese possa rinascere, ma presto arrivano la repressione e il controllo autoritario. Nel 1956 Kapos partecipa alla rivolta ungherese, sperando in un socialismo più libero e democratico. L’invasione sovietica spezza quelle speranze e lo costringe a fuggire. Diventa così un rifugiato politico e ricomincia da zero nel Regno Unito.
In Gran Bretagna studia architettura e costruisce una nuova vita. Per anni evita la politica attiva, segnato dall’esperienza del ’56. Ma negli anni ’90 entra nel Labour Party e, con l’arrivo di Jeremy Corbyn, ritrova un entusiasmo che non provava da tempo. Inizia anche a parlare pubblicamente della sua esperienza nell’Olocausto, cosa che aveva sempre evitato. Con il peggioramento del conflitto israelo-palestinese, Kapos comincia a riconoscere nel modo di agire di Israele certe dinamiche di disumanizzazione che gli ricordano la sua infanzia. Per lui, il principio “Mai più” deve valere per tutti, non solo per gli ebrei. Questa posizione, però, lo mette in contrasto con la nuova leadership del Labour, che lo accusa di aver partecipato a eventi di gruppi considerati “proscritti”. Kapos racconta di essere stato insultato e persino chiamato “kapo”, un termine che per un sopravvissuto è particolarmente doloroso.
L’intervista si chiude con una riflessione sul presente: Kapos vede con preoccupazione la crescente repressione delle manifestazioni pro-Palestina nel Regno Unito. Secondo lui, non si tratta di un problema di ordine pubblico, ma di una scelta politica legata al sostegno del governo britannico a Israele. Nonostante tutto, continua a credere nel valore della protesta e nella necessità di difendere i diritti civili.


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