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South Africa’s populist pretender

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Un articolo di “The Continent” (p. 12) traccia il profilo di Gayton McKenzie, ministro sudafricano dello sport, dell’arte e della cultura, definito “ il Trump africano “.

McKenzie è un populista di destra, che è riuscito a capitalizzare sul suo comportamento becero e sul suo passato difficile. Da adolescente entrò in una gang criminale e finì in galera: però poi aiutò a svelare un giro di corruzione in carcere, venne graziato, e cominciò una carriera come speaker motivazionale. Entrò poi in politica, fondando un partito (Patriotic Alliance) con una piattaforma basata sulla lotta alla corruzione, al crimine, e all’immigrazione: nonostante abbia ottenuto alle scorse elezioni solo il 2% dei voti, il suo supporto è comunque centrale per l’attuale governo Ramaphosa, che gli ha dato un incarico da ministro. La sua attività si è caratterizzata per un forte sostegno a Israele – in contrapposizione con la linea del resto del governo – e per una violenta retorica xenofoba, combinata a battute sessiste e omofobe. In particolare McKenzie ha chiesto di costruire un muro al confine settentrionale del paese, per tenere lontani gli immigrati, e ha partecipato personalmente a operazioni di pattugliamento della frontiera.

Each newly won bit of electoral ground buys McKenzie more room to manoeuvre. Incidents that would previously have led to his censure or dismissal are instead managed or reframed. When McKenzie publicly endorsed US President Donald Trump’s immigration crackdowns earlier this year, President Cyril Ramaphosa’s office said McKenzie was speaking as a party leader and not necessarily as a cabinet minister. When he censored artwork over Gaza, he got away with it – despite the ANC’s pro-Palestine position. Each McKenzie episode seems merely absurd. But taken together, they are recalibrating what is acceptable in South African politics


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