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Storie di adozione. Quando la bussola ha un punto cardinale in più

Storie di adozione. Quando la bussola ha un punto cardinale in più

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Tra riflessioni teoriche sul concetto di identità, analisi del film Il quinto punto cardinale. Alla ricerca della propria identità e storia personale, il filosofo Paolo Costa discute, in un articolo pubblicato su Le Parole e le Cose, della complessità della domanda “chi sono io?”, soprattutto per le persone che sono state adottate.

Filosoficamente, e non solo filosoficamente, l’identità personale è una brutta gatta da pelare.

Immaginiamo solo di dover rispondere a bruciapelo alla domanda: «chi sei tu?» Ovvio, per farlo abbiamo a disposizione anzitutto un nome e un cognome. Né l’uno né l’altro, però, è di norma farina del nostro sacco – anzi, capita spesso che il nostro nome anagrafico non ci piaccia o non sia il nome con cui, potendo scegliere, vorremmo essere chiamati. Abbiamo poi, sì, un padre e una madre biologici da cui abbiamo ereditato, rispettivamente, metà del nostro patrimonio genetico. Questo, però, è giunto fino a noi dopo una sequenza quasi infinita di biforcazioni, alla luce delle quali qualsiasi rivendicazione di proprietà assoluta appare quantomeno discutibile. I nostri tratti somatici o caratteriali, la nostra voce, la nostra espressività, i nostri ricordi, ci identificano, nessuno lo contesta, ma questo non implica che l’adesione a tali marcatori identitari sia sempre pacifica. Tutt’altro. Di norma non lo è, in primis perché cambiano nel tempo, poi perché hanno un rapporto irrisolto con il nostro immaginario e, infine, perché spesso siamo costretti a reificarli, manipolarli, talvolta persino a sacrificarli sull’altare di beni più grandi o urgenti.

 


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