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Testi invisibili, immagini visibili

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Su Il tascabile Giovanni Zampieri presenta la riedizione di Miti emblemi spie, una raccolta di saggi di Carlo Ginzburg. Il volume si conclude con Testi invisibili, immagini visibili, riflessione sulla diversa riproducibilità e interpretazione di letteratura e arti grafiche come oggetti culturali.

A fine 700 soldati dell’esercito francese trafugarono da un monastero a Venezia Le nozze di Cana di Paolo Veronese, tagliando il dipinto in sette strisce per poterlo trasportare. Questo capolavoro fu riassemblato e si trova ancora oggi al Louvre, mentre una sua copia unitaria, che riproduceva sia le pennellate che le cicatrici, ritornò nel monastero nel 2007.

Nello stesso anno, un gruppo di studiosi si trova a discutere del dipinto trafugato e restituito in forma di copia, soffermandosi in particolare sulle sue implicazioni tanto per la storia dell’arte quanto per la storia dell’umanità tout court: in cosa consiste la tradizione, e qual è il suo rapporto con l’innovazione? Soprattutto, quale può essere il ruolo delle nuove tecnologie nel catturare e conservare il presente, e tramandarlo in quanto passato?

Carlo Ginzburg è uno dei fondatori della microstoria, un approccio alla storiografia basato su fatti minori e circoscritti. Il caso delle Nozze di Cana fa riflettere sulle conseguenze della riproducibilità tecnica che svincola dalla natura materiale dell’originale. Questa indipendenza avviene normalmente per i testi che vengono riprodotti in più copie:

Testi invisibili e riproducibili hanno potuto superare distanze di tempo e di spazio. Inoltre l’opacità dei testi sradicati dal loro contesto originario ha prodotto da un lato il bisogno di adattarli ai nuovi contesti, dall’altro lo sviluppo di tecniche volte a recuperare il contesto originario.

Ginzburg in un precedente saggio (Spie. Radici di un paradigma indiziario) parlò di Giovanni Morelli, che a fine ’800 mise a punto un metodo per distinguere le opere d’arte da repliche e falsi. Invece di concentrarsi sui punti focali di un quadro il critico-investigatore secondo Morelli doveva porre attenzione ai dettagli secondari ai quali l’imitatore o il falsario non dedicava altrettanta attenzione. Ginzburg porta poi l’esempio dell’analisi delle malattie in base a sintomi superficiali e apparentemente irrilevanti. E ancora fa notare come il cacciatore colga le tracce più trascurabili che può lasciare una preda. Questo paradigma indiziario è un percorso conoscitivo importante, sia pure con un margine di aleatorietà.

Nella sua postura particolarizzante, il paradigma indiziario configura uno stile di ricerca adeguato a spiegare fenomeni complessi, non immediatamente osservabili o riproducibili in un ambiente di laboratorio (che renderebbe possibile isolare le variabili che ipotizziamo possano avere un effetto causale). L’unica possibilità rimasta è inferire le cause a partire dagli effetti – o, se vogliamo, le tracce – lasciati da questi ultimi…

Finora secondo Ginzburg non è stato dato abbastanza rilievo all’asimmetria tra visibilità delle immagini e invisibilità dei testi. I testi si sono infatti svincolati dalla materialità della loro recitazione con l’invenzione della scrittura prima e della stampa dopo, al contrario le immagini sono rimaste inscindibili dal supporto e in tal senso uniche. I testi invisibili potevano essere riprodotti in contesti diversi da quelli di origine, mentre per le immagini questo sta avvenendo soprattutto grazie alla tecnologia.

I testi di questa raccolta costituiscono innanzitutto un esempio di come si possa fare ricerca rigorosa a partire da pochi frammenti indiziari…

Ma questi saggi stimolano domande sull’originalità degli oggetti culturali, per tentare di ricostruire lo sguardo di chi li aveva creati per ricavarne possibili interpretazioni.

Più di tutto, in un’epoca in cui lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sembra avere le potenzialità per mettere in crisi la nostra idea di umanità andando a incidere sulla pratica attraverso cui abbiamo imparato a riconoscerci in quanto umani, questi saggi ci ricordano che Der liebe Gott steckt im Detail — Dio è nel particolare. Che si tratti di un diario rinvenuto nella biblioteca di un intellettuale, un frammento di un codice custodito in un archivio polveroso, o una mano riprodotta (male) da una coppia di reti neurali.


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