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You spend your life chasing the way the World Cup made you feel when you were 11

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Someone told me once that the best World Cup you ever saw was the one you watched when you were 11 years old. Give or take a year or two either side, of course. The appreciation sweet spot is right at the beginning of adolescence, when you’re old enough to appreciate the magic of it, but young enough not to understand cynicism.

Paul Howard, in un articolo su The Irish Times, racconta il perché, secondo lui, il Mondiale migliore della vita di una persona è quello visto a circa 11 anni di età, quando sei abbastanza grande da coglierne la magia ma ancora troppo giovane per il cinismo.

Con un misto di ironia e nostalgia Howard racconta che, per lui, quel Mondiale è Spagna ’82, un ricordo che nessun torneo successivo potrà mai superare, proprio perché intrecciato con l’incanto dell’infanzia.

For me, it was Espana 82. People have assured me that there were better World Cups before and since. But there weren’t. I’m as sure of that as I was once sure that the Italia 90 milk bottle on top of our kitchen cupboard would be worth a lot of money one day, since only two-and-a-half million of them were made.

Racconta di ricordare appena Argentina ’78, filtrato attraverso la voce dei telecronisti lontanissimi e le imitazioni dei gol fatte dal fratello maggiore nel cortile di casa. Ma tra un Mondiale e l’altro, da bambini, passano ere: nel 1982 lui è già un ragazzino diverso, con occhiali da Buddy Holly, un dente incapsulato e un accento che cerca di nascondere nella nuova scuola di Dublino.

L’attesa del torneo è fatta di piccoli rituali: l’album Panini iniziato con due bustine gratuite e completato con ritagli di giornale perché comprarle tutte era impossibile; il tabellone dei risultati appeso in camera; persino la guerra delle Falkland, che minaccia di far saltare il Mondiale e che lui segue con un’ansia quasi adulta. Poi arriva in casa il primo videoregistratore, una macchina che sembra fantascienza: poter registrare le partite e rivederle all’infinito è una rivelazione.

A week before the tournament started, my father arrived home with our first top-loading VHS video recorder. It was the stuff of science fiction. Not only could you watch movies in the comfort of your own home less than seven years after you saw them in the cinema, you could record football matches while they were happening, then – and this was the miracle of it – watch them again while you were waiting for the following day’s matches to start.

Spagna ’82 ha un’estetica tutta sua, luminosa, quasi abbagliante. L’autore ricorda episodi assurdi e memorabili — il principe kuwaitiano che fa interrompere una partita, il “biscotto” tra Germania Ovest e Austria, l’impresa dell’Irlanda del Nord — ma soprattutto ricorda il Brasile di Zico, Socrates, Falcao ed Eder, una squadra che sembrava giocare un calcio di un altro pianeta. Lui e i suoi amici provano a imitarne i gol con un pallone economico che si distrugge subito.

Il momento più vivido è Brasile–Italia, vista eccezionalmente mangiando hamburger davanti alla TV. La registrano, e lui la rivede così tante volte da imparare a memoria la telecronaca. Ogni volta spera in un finale diverso, ma Paolo Rossi segna sempre. È così che scopre una verità amara: nel calcio, come nella vita, a volte vincono i “cattivi”. La semifinale Germania–Francia del 1982 glielo conferma, e per questo esulta quando l’Italia vince la finale.

The 1982 World Cup was so yellowy bright that you could almost feel the Vitamin D coming through the screen at you.

Quattro anni dopo, a Messico ’86, lui è un adolescente completamente diverso: niente più accento inglese, niente più dente argentato, occhiali nuovi. Ha deciso che vuole diventare giornalista sportivo. Compra libri, prova a imparare la stenografia, e soprattutto “copre” il Mondiale da casa, scrivendo resoconti delle partite in un quaderno. È l’anno di Maradona, che per lui incarna la giustizia cosmica: il migliore vince, e il mondo torna a essere un posto sensato.

Quel quaderno, conservato dalla madre, riemerge sedici anni dopo, poco prima del suo primo Mondiale da inviato: Giappone-Corea 2002. Ma lì scopre una verità paradossale: quando sei sul posto, non vedi davvero il Mondiale. Sei sempre in viaggio, in conferenza stampa, a scrivere. Ti perdi la magia.

Il pezzo si chiude con una riflessione dolceamara: il primo Mondiale è come il Natale dell’infanzia. Passerai la vita a cercare quella sensazione, senza ritrovarla mai del tutto. Se hai undici anni, stai per vivere il miglior Mondiale della tua vita. Se non li hai più, puoi comunque goderti lo spettacolo — e, paradossalmente, non essere lì è proprio ciò che te lo fa vivere meglio.

Come aggiunta per gli interessati, qui il The Guardian elenca tutti i 1248 giocatori di questo mondiale, elencati per gruppo di assegnazione delle nazionali.

Buon Mondiale a tutti.


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