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La scomparsa delle sale d’attesa nelle stazioni ferroviarie

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Un articolo di Internazionale parla di come le stazioni italiane siano cambiate negli ultimi anni. Le grandi stazioni, oltre ad essere sempre più presidiate da militari con motivazioni di sicurezza, sono state anche riempite di negozi, bar, e ristoranti. Le sale d’attesa sono quasi sempre sparite: chi deve aspettare lo può fare o in aree lounge, disponibili solo per chi paga biglietti più cari, oppure al tavolino di un bar, previa consumazione. Le panchine, invece, sono poche, e spesso esposte al freddo e al vento: l’unica eccezione è la sala d’attesa di Bologna Centrale, che è ancora rimasta com’era, dato che è legata alla memoria dell’attentato del 1980.

Le sale d’attesa restano presenti nelle stazioni più piccole, ma sono generalmente spazi più o meno vuoti. Le Ferrovie dello Stato spiegano che il cambiamento è dovuto alla progressiva sostituzione delle biglietterie con le macchinette automatiche, e al fatto che oggi i viaggiatori arrivino in stazione poco prima della partenza del loro treno, e non debbano quindi aspettare a lungo. Questo cambiamento, però, ha trasformato degli spazi con una funzione pubblica in centri commerciali.

In tutto ciò, il destino riservato alle sale d’attesa ha valore puramente simbolico, ma è proprio ricorrendo alla dimensione dei simboli che emerge con evidenza la trasformazione che ha investito questo paese negli ultimi trent’anni, con l’affermazione di un’idea di sviluppo che Pier Paolo Pasolini avrebbe detto senza progresso. Il cambio di senso di luoghi come le grandi stazioni non è stato infatti un processo neutro. Se, come sosteneva il filosofo Henri Lefebvre, lo spazio è un prodotto della società, allora è possibile esercitare un’egemonia attraverso l’organizzazione dello spazio, e quindi delle città, anche attribuendo funzioni nuove a quello che già esiste. Da questo punto di vista, i processi di riqualificazione e gentrificazione possono diventare strumenti che concorrono ad affermare una visione della società, e quindi a organizzarla ideologicamente, per esempio normalizzando l’idea che luoghi un tempo destinati al servizio pubblico e allo stare insieme, oggi siano ammissibili soprattutto come spazi di consumo.


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