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All they will find is sand: Gaza Yellow Line

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L’architetto israeliano Eyal Weizman, ostile all’attuale governo di Israele per il trattamento che riserva ai palestinesi, propone in un lungo articolo su London Review of Books la sua visione di urbanista professionale per spiegare quello che sta accadendo a Gaza e che è già accaduto in altre aree abitate da palestinesi.

Ricordando come l’urbanistica e l’architettura moderne fossero stabilite sulla convinzione che l’ambiente costruito determinasse le condizioni di vita (e logicamente che un ambiente distrutto le determinasse in peggio), richiama le idee di Raphael Lemkin, giurista ebreo polacco creatore del termine genocidio poi riprese nella convenzione delle nazioni Unite del 1948, che proibisce di infliggere a gruppi di popolazione condizioni di vita studiate per portare alla loro scomparsa. Tra queste l’autore individua

 buildings, hospitals, social infrastructure, sewage and water systems, power grids, agriculture. The intentional destruction or degradation of such structures undermines a people’s ability to survive, leading to a slower and more tortuous form of annihilation.

Weizman descrive eventi presenti, quali la situazione in Libano, collegandoli a eventi passati, dalla Siria a Gaza alla West Bank, dove la creazione di cosiddette “buffer zones“ vede l’allontanamento di migliaia di residenti, costretti a vivere da profughi in aree sempre più ristrette,  preparando l’insediamento di nuovi coloni israeliani. E critica le previsioni di eventi futuri, come la ricostruzione di Gaza secondo i piani Trumpiani:

For the Israeli government, reconstruction provides leverage. Large-scale development takes years to complete. With its full control of checkpoints and terminals and every truck of cement and building material crossing into Gaza, Israel can ensure that reconstruction remains a perpetual ‘project’

La conclusione è molto pessimistica, e richiama ancora una volta le parole di Lemkin:

Genocide has two phases,’ Lemkin wrote in Axis Rule in Occupied Europe. The first involves the ‘destruction of the national pattern of the oppressed group’ – this was achieved in Gaza by Israel’s devastating bombing. The second involves the imposition of a design by the oppressor, like these reconstruction plans for Gaza. ‘This imposition, in turn,’ he wrote, ‘may be made upon the oppressed population which is allowed to remain, or upon the territory alone, after removal of the population and the colonisation of the area by the oppressor’s own nationals.’


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