Tra i mammiferi, noi primati vediamo più colori di quasi tutti gli altri, e allo stesso tempo molti meno di rettili e uccelli. È il risultato di un percorso evolutivo accidentato e probabilmente ancora in corso, come spiega un articolo de Il Tascabile.
Gli occhi dei primi vertebrati avevano dei recettori che, utilizzando un gruppo di proteine chiamate opsine, potevano percepire la luce attraverso quattro canali cromatici distinti (erano “tetracromati”): potevano quindi vedere un’ampia gamma di colori, comprese alcune gradazioni dell’ultravioletto che per noi umani sono invisibili. Anche i primi mammiferi, apparsi circa 225 milioni di anni fa, condividevano la stessa capacità: ma la concorrenza dei dinosauri, che di lì a poco sarebbero diventati gli animali dominanti, avrebbe presto cambiato tutto. I mammiferi infatti dovettero adattarsi alla nicchia ecologica di piccoli insettivori e frugivori, e concentrare le proprie attività nelle ore notturne, quando erano più al sicuro dai predatori. L’evoluzione li portò ad avere sangue caldo, a sviluppare la pelliccia, a migliorare udito e olfatto, ma anche a perdere le opsine associate a due dei canali cromatici che usavano prima, dato che al buio saper distinguere i colori diversi è meno importante. Ancora oggi la maggior parte dei mammiferi è dicromatica, e fatica a distinguere il rosso dal verde. Noi primati siamo un’eccezione, dato che a partire da 35 milioni di anni fa la necessità di comunicare meglio, e di distinguere più chiaramente frutta e fiori, ci ha spinto a ricreare un terzo canale cromatico.
La tecnologia potrebbe però aiutarci a recuperare le capacità che i dinosauri ci hanno fatto perdere, e che forse l’evoluzione sta parallelamente facendo riemergere in alcuni individui.
Il gap tra noi e il resto del mondo animale sta venendo parzialmente colmato negli ultimi anni grazie alla tecnologia: appena un anno fa, un gruppo di ricercatori di Berkeley è riuscito a mostrare ad alcuni volontari un colore mai visto prima, “olo”, ottenuto stimolando esclusivamente le opsine M (…).
Se infatti la presenza di due opsine sul cromosoma X può generare confusione nei maschi, può in teoria portare una femmina a ereditare due varianti dell’opsina leggermente diverse: questa persona si ritroverebbe con quattro tipi di fotorecettori invece dei soliti tre. Un’idea nata già negli anni Quaranta come esercizio mentale, che è stata confermata nel 2010 dalla neuroscienziata Gabriele Jordan: da allora, gli studi sulle donne tetracromatiche si sono moltiplicati, soprattutto grazie al lavoro del Tetrachromacy Project dell’università di Newcastle.


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