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Fantascienza, l’età dell’oro

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Il Bolive sta pubblicando una rassegna di articoli sulla storia della fantascienza, in occasione dei cento anni dalla fondazione di Amazing Stories, la prima rivista esplicitamente dedicata al genere. Oggi parliamo di uno dei suoi periodi più importanti, la cosiddetta “Età dell’oro”.

Fra gli anni ’20 e il ’30, negli USA la fantascienza era ormai diventato un genere di narrativa popolare molto diffuso, principalmente attraverso riviste specializzate di formato economico. Nel 1938 John W. Campbell divenne il direttore di una di esse, e le diede una nuova linea editoriale: agli autori di “Astounding Science Fiction”, al cui processo di scrittura collaborava spesso, Campbell richiedeva una maggiore aderenza alla realtà scientifica, che doveva essere usata come vincolo narrativo serio e non come semplice sfondo, e personaggi caratterizzati in maniera credibile.

Fu proprio sulle pagine di “Astounding Science Fiction” che Isaac Asimov descrisse le Tre Leggi della Robotica e il Ciclo della Fondazione, investigando cosa potesse comportare – per il comportamento di un robot come per lo sviluppo di una civiltà multiplanetaria – applicare fino in fondo un certo sistema di regole. Nel frattempo Robert H. Heinlein stava scrivendo una serie di libri ambientati nello spazio, in cui immaginava quali tipi di società potesse nascere in un contesto di fantascienza, come una nave generazionale o una colonia spaziale. Un altro grande nome del periodo, il britannico Arthur C. Clarke, fu il primo a proporre l’idea di una rete di satelliti per le comunicazioni in orbita geostazionaria, e da uno dei suoi racconti nacque “2001 Odissea nello spazio”.

Quando l’Età dell’Oro si esaurisce, verso il 1950, il genere ha già acquisito gli strumenti che lo accompagneranno per i successivi settant’anni: un’etica del robot che l’intelligenza artificiale contemporanea continua a citare, un modello di colonizzazione spaziale che il programma Artemis della NASA sembra voler riprendere in alcuni tratti, un’intuizione tecnica sui satelliti e non occorre ricordare quanti ce ne siano in orbita sopra alla nostra testa. È anche, però, un’eredità parziale, costruita attorno a un canone ristretto che i decenni successivi – a partire dalla New Wave degli anni Sessanta – cominceranno progressivamente a mettere in discussione.


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