Viste le imminenti celebrazioni ecco un reportage a cura di Diana Ligorio per Lucy sulla cultura condotto fra i cimiteri di Roma, San Michele Salentino, Torino, Milano, Trieste e Venezia per capire, tra le altre cose, cosa sono diventati oggi i cimiteri e che valore diamo alla memoria dei morti.
Per alcune settimane ho parlato con diversi custodi e, quando è stato possibile, li ho incontrati nei luoghi in cui lavorano. Ho cercato di capire chi siano davvero: addetti all’accoglienza, necrofori, giardinieri, archivisti delle concessioni. Sono ancora mediatori tra spazio pubblico e ritualità? La loro attività rende possibile il lutto, la memoria e la dignità dei morti? E un cimitero oggi cos’è diventato, un luogo da sorvegliare o da custodire?
Partendo dal Cimitero Verano di Roma, l’autrice racconta come la figura del custode sia profondamente cambiata nel tempo. Un tempo i cimiteri erano luoghi molto frequentati, visitati anche da famiglie e bambini; oggi, secondo le testimonianze raccolte, la presenza dei visitatori è diminuita e molte tombe vengono abbandonate perché le generazioni successive non mantengono più il legame con i propri antenati. Per comprendere chi siano davvero i custodi, l’autrice intervista persone che svolgono o hanno svolto questo lavoro in diverse città italiane. Emergono mansioni molto varie: controllo degli accessi, accoglienza dei visitatori, manutenzione, sepolture, cura del verde, gestione delle informazioni e assistenza a chi cerca una tomba o informazioni sui defunti.
A Roma, Cristian descrive il proprio lavoro come qualcosa che dà significato alla sua esperienza dopo essere stato ricollocato dall’AMA per motivi di salute. In Puglia, Nuccio Santacroce, per decenni custode del cimitero di San Michele Salentino, ricorda quando il cimitero era un luogo di passeggio e di socialità, frequentato quotidianamente da molte persone. Secondo lui, con la scomparsa del custode stabile si è perso un patrimonio di conoscenze e relazioni umane.
A Trieste, Francesco racconta che il suo compito principale è orientare i visitatori, che arrivano per motivi molto diversi: partecipare a funerali, cercare vecchi amici, ricostruire alberi genealogici o visitare personaggi storici. Il lavoro richiede sensibilità, soprattutto nelle situazioni in cui emergono conflitti familiari e questioni ereditarie.
Esistono anche realtà particolari. Nel Cimitero Acattolico di Roma, la volontaria Patrizia Coppola vede il luogo soprattutto come uno spazio storico e culturale, legato alla memoria letteraria e all’incontro tra persone. Nel cimitero ebraico di Venezia, Artemio svolge principalmente il ruolo di giardiniere, occupandosi della vegetazione, delle sepolture e dell’accoglienza dei visitatori. Per lui il cimitero è un luogo in cui convivono memoria, natura, storia e relazioni umane.
Attraverso queste testimonianze, l’autrice mostra come i custodi siano osservatori privilegiati dei cambiamenti sociali: vedono trasformarsi i rituali del lutto, i rapporti familiari, le comunità e il modo in cui viene conservata la memoria dei morti. Pur provenendo da percorsi professionali molto diversi, tutti condividono un contatto quotidiano con ciò che la società tende spesso a rimuovere: la morte e il trascorrere del tempo.
Nelle riflessioni finali emerge l’idea che il lavoro dei custodi non consista soltanto nella sorveglianza o nella manutenzione dei cimiteri, ma anche nella cura della memoria e della dignità dei luoghi e delle persone che vi riposano. Il racconto si conclude con le parole di Artemio, che invita a vivere con maggiore umiltà, consapevoli della fragilità della vita e dell’importanza dei rapporti umani.


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